A Van nessuno ha paura dell’aviaria: «Senza pollo qui si muore di fame»

Viaggio nella regione turca dove sono morti tre bambini che avevano contratto il virus

Marta Ottaviani

da Van (Turchia)

Ci sono cinque gradi sotto lo zero, per strada devi stare attento a non scivolare e dal finestrino dell’autobus non riesci a vedere quasi nulla a causa dello sporco e della condensa di umidità. Quando arrivi a Van, città di circa 600mila abitanti, fai fatica a pensare che una volta era uno dei luoghi più belli e fiorenti dell’Anatolia. Le strade sembrano tutte uguali, perché la città nuova è stata costruita tutta dopo il 1915, quando qui furono massacrati decine di migliaia di armeni.
Con Van il destino è stato ingiusto due volte. Prima l’ha privata della sua bellezza e della sua gente. E adesso l’ha fatta diventare famosa per essere l’epicentro di quella che potrebbe diventare la pandemia del secolo.
Camminando per la Cumhurriyet Caddesi (la strada principale di Van) si tocca con mano come questa sia in buona dose una città senza identità, una serie di blocchi di cemento grigio imbiancati dalla neve. Uno scenario abbastanza squallido, che non riesce nemmeno lontanamente a far pensare all’antico splendore di questo luogo. Ma che nello stesso tempo comunica un’inspiegabile idea di ordine e pulito. Una beffa se si pensa che il virus mortale è partito proprio da qui.
Ed è proprio a Van che convivono le due anime di una Turchia profondamente spaccata, non solo dall’influenza aviaria. Per molte persone è il modo di vedere la vita che cambia. Da una parte la Turchia che guarda all’Europa, che ha paura della pandemia e delle conseguenze sul turismo; dall’altra la Turchia della miseria, quella che quando sente la parola Europa pensa al diverso, quella che ha come obiettivo arrivare alla fine della giornata. E quella che non intende cambiare di una virgola la sua vita. Gente per strada se ne vede poca e sono tutti anziani. Dicono che a Van di giovani non ce sono perché chi può scappa. Chi ce la fa cammina velocemente, forse per sfuggire al freddo. Donne pesanti vestite di nero si trascinano contro il vento, che tira forte e che ti arriva sulla faccia come se volesse prenderti a sberle.
La maggior parte dice che dell’influenza aviaria non gliene importa nulla, perché sono abituati alla miseria, che è peggio di un virus. «Non mi importa di quello che dicono tv e giornali - dice Gül Matina, mostrando i denti ingialliti dal tè - io continuo a mangiare pollo. Togliere la carne di pollo a questa gente significa farla morire di fame».
Alcuni sembrano proprio non volere capire che l’H5N1 possa ucciderli per davvero, credono che in qualche maniera se la caveranno anche questa volta, come quando riescono miracolosamente a tirare la fine della giornata. Oppure sono semplicemente rassegnati. E ti sorridono con quella malinconia e al tempo stesso quella dignità che caratterizza il popolo turco. La stessa divisione nel giro di pochi metri. Per le strade si vedono ristoranti che espongono la scritta Tavuk yok (non abbiamo pollo) e altri che espongono in vetrina, quasi con orgoglio, spiedini marinati con le spezie. «Io continuo a venderlo - spiega Amhel Inegöl, ristoratore sulla Cumhurriyet Caddesi - perché è più sicuro di quello che si trovava un mese fa».
L’ospedale sembra una caserma. Non fanno entrare giornalisti, dicono per motivi di sicurezza. Fuori è un continuo via vai di parenti, conoscenti o semplici curiosi. Ieri nel primo pomeriggio è arrivata la notizia che altri due fratelli, di 9 e 3 anni, sono stati ricoverati e dichiarati ufficialmente affetti da influenza aviaria. I medici mantengono il riserbo più assoluto sulle loro condizioni. Di loro si sa solo che sono ricoverati al reparto di terapia intensiva e che stanno male. Molte donne passano davanti al cancello, si fermano, guardano in alto verso le finestre e poi se ne vanno, avvolte nella neve e nel gelo. Davanti all’ingresso c’è un gruppo di persone che aspetta. Sono i parenti di coloro i quali pensano di aver contratto il virus e che sono andati in ospedale a farsi controllare. Il loro primo pensiero è per i coniugi Kocygit, che in meno di una settimana hanno perso tre dei loro quattro figli. E poi hanno tante domande. Prima fra tutte perché nessuno li ha avvertiti che la situazione era così pericolosa, quanta calce viva si dovrà vedere ancora sulle tombe del cimitero di Van e soprattutto quando questo incubo sarà finito. Sanno bene che in questo momento nessuno può rispondere alle loro domande. Stanno lì, in attesa. Scene di ordinario delirio che contrastano con la quotidianità di una fredda domenica mattina di gennaio. Le notizie, spesso contraddittorie e incomplete, aumentano con il passare delle ore e con esse anche la paura.
L’influenza aviaria è arrivata anche ad Ankara. Nella capitale turca sono state trovate tre persone positive al virus, in particolare alla variante H5N1, ceppo letale per l’uomo. Si tratta di due bambini, appartenenti alla stessa famiglia e di un adulto di 65 anni. I due fratelli, di 5 e 3 anni, probabilmente hanno contratto il virus dopo aver toccato abiti utilizzati per l’eliminazione dei polli. Nella capitale, a Istanbul e nell’Est del Paese gli ospedali sono stati presi d’assalto da persone che sono entrati in contatto con volatili e che per questo temono di aver contratto l’H5N1. Secondo i media turchi il virus starebbe velocemente avanzando in tutte le regioni. Zaman questa mattina ha scritto che ci sarebbero già diversi focolai nella parte settentrionale e occidentale del Paese, mentre Cumhurriyet ha pubblicato in prima pagina una cartina con evidenziati ben 19 punti critici. Fra questi ci sono anche città, fino a ieri considerate sicure, come Bursa, Konya e la stessa Istanbul. E sono in molti a pensare che il numero dei contagiati aumenterà nelle prossime ore.
La squadra dell’Organizzazione mondiale della sanità deve ancora arrivare a Van per stabilire con precisione con quale modalità si sia trasmesso il virus. E, se scopriranno che il passaggio è avvenuto da uomo a uomo, la parte peggiore dell’incubo dovrà ancora iniziare.