Vattimo, il filosofo «debole» che invoca le maniere forti

Ha firmato un appello contro i monaci tibetani e ha boicottato Israele alla Fiera del libro

da Milano

I primi sintomi compaiono nel 1994, quando il nostro viene notato in un corteo contro il governo, a Torino, mentre elabora sedutastante il seguente concetto di filosofia ontologica: «Sgarbi, Biondi, Berlusconi, tutti fuori dai coglioni!». Qualcuno allora si sorprese per il turpiloquio del professor Gianteresio (Gianni) Vattimo, docente di Filosofia teoretica a Torino, illustre nome del pensiero contemporaneo fino ad allora collegato agli studi heideggeriani e nicciani, al famoso «pensiero debole» da lui inventato, più che agli ammennicoli. Ma da lì in poi sarebbe stato un crescendo wagneriano di uscite strampalate, di provocazioni, di liti furiose, di elogi a dittatori sudamericani, di boicottaggi anti-Israele per quell’enfant prodige del pensiero italiano, che poco più che trentenne era già preside di Facoltà a Torino, un record.
Al Riformista ieri Vattimo ha detto che parteciperà al girotondo anti-Berlusconi, contro cui è lecito usare ogni arma, «a parte le bombe». Precisando: «Io, per me, sarei per la presa del Palazzo d’inverno armi in pugno. E se ci fossero le condizioni e avessi l’età per farlo, sarei in prima fila. Mica sono un nonviolento assoluto alla Bertinotti, sono un nonviolento prudente». Un moderato. Niente in confronto ad altre geniali proposte del filosofo, come quando sul Manifesto scrisse che l’exit strategy per l’Irak poteva essere una sola: unire l’esercito italiano ai guerriglieri talebani e sparare tutti insieme contro i marines. Nessuno ci aveva pensato, ci voleva proprio un mâitre-à-penser. Anzi, macché guerriglieri, «resistenti», come quel tagliagole di Al Zarqawi che secondo Vattimo è una specie di eroe mediorientale.
Sarà l’età (72 anni), suo vero, umanissimo cruccio, che lo ha incattivito col passare del tempo. Invidia i giovani, e se ne innamora. «Il problema è che quando incontro una marchetta giovane e carina mi ci attacco», ha spiegato in un’intervista a una rivista gay. Gli è successo l’ultima volta due anni fa, con un cubista ventenne, «bellissimo», ma è stato un amore infelice: «Lo capisco, ha mille anni meno di me, e io come oggetto sessuale ormai sono uno sfacelo», confessò a Vanity Fair. Quello era l’ultimo dei suoi amori. Il primo è stato ben altro: Fidel Castro. Amore platonico, s’intende. È andato a trovarlo, due anni fa, si sono abbracciati, «e io gli ho preso il viso tra le mani con qualche lacrima agli occhi», perché gli tornavano in mente le canzoni della rivoluzione cubana che cantava da sessantottino torinese (dopo una giovinezza però da militante dell’Azione cattolica e poi in Rai con altri due firmatari del girotondo: Umberto Eco e Furio Colombo).
Da quel viaggio Vattimo torna con la convinzione che «la mia ipotesi sulla cubanizzazione del mondo forse non è così insensata». Certo, c’è da risolvere qualche problema con i diritti civili, le libertà, la povertà. E poi a Cuba i gay come lui non finiscono in galera? Ma è una questione filosofica di cui Vattimo non ha ancora avuto tempo di occuparsi. Ammira anche Chavez, il presidente-dittatore venezuelano, perché ha realizzato una vera «dittatura del proletariato». Insomma per Vattimo è ora di fare una bella «rivoluzione bolivariana anche in Europa». E mentre tutto il mondo chiedeva alla Cina di fermare il massacro di monaci tibetani, lui era l’unico a chiedere ai tibetani di fermarsi. Certo, ma quale dittatura? Per Vattimo è tutto un complotto anti cinese «dai connotati razzisti», un «piano imperialista contro Pechino».
Poi toccherà pensare anche a Israele, la cui politica secondo il filosofo è nientemeno che «razzista e disumana, una vera e propria guerra di sterminio che pare destinata a finire con l’annientamento dell’altro». Così Vattimo di volta in volta aderisce a cortei anti-israeliani, firma petizioni promosse da comitati no global, boicotta gli inviti a rappresentanti di Israele nelle università, prende parte ai campi imperialisti come fosse un adolescente dei centri sociali. Si è opposto anche alla presenza degli scrittori israeliani alla Fiera del Libro di Torino, spiegando il suo dissenso in un convegno con Tariq Ramadan, considerato un esponente di punta della rete dei Fratelli Musulmani.
Vattimo è così, pensiero debole, parole forti. Ha chiuso con i Ds dopo aver dato della «casalinga» a Mercedes Bresso e del «rottame» a D’Alema. Stessa stima per Veltroni: «È uno che legge Topolino, di politica non capisce molto e non ha la minima astuzia». Disprezza Bertinotti, Violante, Rutelli («Stai con Bush!!!» gli urlò una volta a un congresso del Pdci), gli intellettuali di sinistra alla Gad Lerner («A causa della sua giudeità sopporta qualsiasi cretinata americana»). Ovviamente odia il Cavaliere, al punto che sull’Unità consigliò a Sofri di rinunciare alla grazia, se gli fosse concessa, solo «perché a volerla c’è anche Silvio Berlusconi». Ma è riuscito a litigare anche con il compagno di partito del Pdci, Marco Rizzo, perché è andato a Strasburgo al posto suo. La versione di Vattimo è che Rizzo ingaggiava «picchiatori» per spaventare i volontari che attaccavano i suoi manifesti... Poi è finito a candidarsi in una lista civica a San Giovanni in Fiore, paesino del Cosentino. Trombato, è riuscito ancora ad azzuffarsi con tutti, sostenendo al ballottaggio il candidato di Forza Italia. Gli rimane un unico rimpianto, come da titolo di un suo libro: Non essere Dio.