Il velo mortifica l'islam moderato

Il disegno di legge che impedisce al velo islamico l’ingresso nelle scuole del nostro Paese è ormai pronto. Mi conforta il fatto che la mia proposta abbia ricevuto tante pubbliche dichiarazioni di condivisione e di solidarietà, nei due rami del Parlamento, da personalità politiche di tutti gli schieramenti che hanno così dimostrato di averne compreso, e apprezzato, le motivazioni e il significato. Ora, c’è solo bisogno di una rapida e approfondita discussione parlamentare, dove mi auguro non prevalgano interessi di parte o di partito. Perché questo disegno di legge? Atteniamoci ai fatti. Buona parte degli immigrati di fede musulmana che vivono in Italia condividono i valori di fondo della nostra società e credono nella possibilità di costruire un islam italiano democratico e tollerante, aperto al dialogo con le altre culture e le altre religioni. C’è poi l’islam degli integralisti e degli estremisti che ha invece un progetto ben diverso: insediare nella nostra società, una società islamica oscurantista e intollerante che rifiuta l’integrazione e ha le sue radici nella convinzione della supremazia assoluta della religione islamica. E nel disprezzo, se non nell’odio, contro tutti coloro che islamici non sono, in primo luogo cristiani ed ebrei. Il velo islamico è uno strumento di questa concezione del mondo che insegue il miraggio della creazione di una grande nazione musulmana anche nei Paesi dell’Occidente. L’obbligo del velo imposto alle donne da un’interpretazione strumentale del Corano definisce e santifica le regole della società islamica radicale: il dominio patriarcale dell’uomo, la sottomissione e l’«impurità» della donna, la disparità dei diritti tra i due sessi che si traduce, nella pratica quotidiana, in quell’elenco infinito di sopraffazioni, di violenze e di abusi a cui le cronache ci hanno purtroppo abituati. Come denunciano le immigrate musulmane nel sondaggio riportato dal Giornale, per la stragrande maggioranza di loro il velo non è una libera scelta. È una scelta dettata dalla paura. Nei Paesi che cadono sotto il controllo Del fondamentalismo islamico il primo segnale visibile del cambiamento sta proprio nel velo: il niquab sostituisce di colpo il semplice foulard sui capelli, il bourqa seppellisce come in un sudario la dignità e la libertà delle donne. Nei Paesi islamici che sia prono alle riforme e isolano il fondamentalismo, man mano che le donne prendono coscienza dei loro diritti, man mano che si riappropriano del loro corpo e dei loro pensieri, l’uso del velo si attenua. Si dirada. Scompare, come in Marocco, dai luoghi di lavoro; sparisce, come in Tunisia, anche dai luoghi d’istruzione. La scuola italiana non può ignorare tutto questo. Né il significato del velo né il condizionamento che esercita sulle giovani e giovanissime immigrate. Nemmeno può accettare il fatto che il velo islamico porti nella scuola, che è per definizione spazio d’incontro e di formazione comune tra ragazzi di estrazione e di origine diversa, il suo messaggio di contrapposizione o di esclusione. I valori della scuola non sono negoziabili e non possono diventare oggetto di compromessi. Nella giornata mondiale dell’emigrante, Benedetto XVI ci ha offerto una formidabile sintesi dei problemi dell’immigrazione: ci ha detto di porre la persona, e i valori della persona, al centro della nostra attenzione. Ci ha detto anche di guardare, con attenzione ancora maggiore, alle donne e ai bambini, che costituiscono la parte più debole e vulnerabile delle comunità di immigrati e al tempo stesso ne rappresentano il futuro. Impedire l’uso del velo nelle scuole italiane è una scelta di attenzione e di valori che vuole restituire alle giovani musulmane che le frequentano ciò che il velo islamico di fatto mortifica e cancella: l’orgoglio della loro vera identità e il senso profondo della loro storia. Per questo dico no al velo nella scuola italiana con la stessa volontà con cui dico invece che nelle nostre scuole occorre istituire dei corsi supplementari d’insegnamento che permettono loro di conoscere e approfondire la grande tradizione della civiltà islamica. Quell’islam intessuto di arte, letteratura, musica e cultura che sa parlare alle genti non il linguaggio dell’odio ma quello dell’amicizia e del confronto.