Veltroni, il candidato re degli annunci

Caro Belpietro,
il congresso dei Ds ha trovato, nel lutto molto più indigesto di quanto non si sia finto e scritto, il leader della rinascita. Tutto sta a vedere se, fuori dal Palamandela, e in un'area del nostro Paese che vada oltre la linea immaginaria di Capalbio a nord e di Sabaudia a sud, quel leader sia non solo un candidato premier eleggibile, ma anche solo riconoscibile. Non ho niente contro Walter Veltroni, come potrebbe dispiacermi una persona che vuole solo e sempre piacere, ma un'analisi pur sommaria del personaggio politico e del sindaco, per dirla con chi lo conosce meglio di me negli anni maturi, Andrea Romano nel suo Compagni di scuola, lo rivela, forata la nebbia a colori di Gandhi, di Kipling, dell'intera dinastia Kennedy presa all'ingrosso, della sua Africa, dove sta per andare puntualmente con seguito di ragazzi di liceo, e di Bill Clinton citato a sproposito, per «un Don Lurio». Gli applaudi, quando balla spericolatamente, non è affatto detto che da lui compreresti un'automobile.
Il sindaco. L'amministrazione più propagandata della storia della capitale non ha risolto in sei anni i problemi strutturali, anzi si può dire che Roma è tornata indietro. Governarla è estremamente difficile, basta citare una volta di più il formidabile James Joyce in visita in Italia un secolo fa, che alla diletta moglie scrisse: «Roma non mi piace. Mi fa pensare a un tizio che per campare mostra il cadavere della nonna». Ma Veltroni ha continuamente e pervicacemente scambiato l'evento, o l'annuncio dell'evento, per l'azione autentica. Le strade della città fanno schifo, si fa lo slalom fra buche e affossamenti? Il sindaco annuncia in conferenza stampa solenne convocata all'uopo che si interverrà con un mega progetto su centinaia di chilometri. Sei mesi dopo le buche sono al loro posto. La pulizia lascia a desiderare, e non solo in periferia, ma anche nei vicoli nobili del centro storico, si ammassano rifiuti? L'Ama è tornata in mano ai partiti e c'è qualche vistoso conflitto di interessi, mentre Francesco Rutelli aveva nominato un manager e tentato di trasformarla in un'azienda vera? Altra conferenza stampa del sindaco con tanto di creativi, arrivano i mezzi nuovi per l'Ama, il logo che gioca sulla parola, la manina affettuosa. Grande risultato mediatico, i rifiuti sono sempre dov'erano. Il problema dei parcheggi? Risolto, con la geniale invenzione della striscia blu, e con le multe a raffica. Queste entrate sono previste nel bilancio preventivo, dunque non si scappa, il numero e i conti devono tornare. Il traffico soffoca Roma? Oggi finalmente trionfano conferenze stampa e annunci di una costruenda metropolitana, fatti salvi i saggi archeologici, ma siamo al secondo mandato avanzato.
Eccezionale invece si rivela Veltroni, e la sua macchina gigantesca di imprenditoria culturale assistita, nel costruire eventi. Anche se il passato comunista non gli piace, è proprio lui l'ultimo rappresentante della politica culturale dell'effimero degli anni '80, che ebbe il fondatore in Renato Nicolini. Cinema, concerti, jazz, arte, ce n'è per tutti i gusti. Ma che cosa resterà alla capitale che si possa paragonare alle strutture delle città europee, non dico le imbattibili, come Londra, Parigi e Berlino, ma quelle medie, come Valencia, Barcellona, Bilbao? L'Auditorium, per dire tutta la verità, lo ha fatto costruire Rutelli, Veltroni ha tagliato il nastro inaugurale. Il sindaco come tagliatore di nastri non lo batte nessuno. Anche il Macro, arte contemporanea, l'aveva fatto il sindaco precedente, chiamandolo tradizionalmente per esteso, lui gli ha cambiato nome, ha fatto un logo cool, i creativi hanno usato l'acronimo Macro, che fa tanto Moma, è seguito il secondo taglio di nastro. Della nuova ala annunciata, progettata da Odile Decq, per ora non si è vista l'ombra. Veltroni ha realizzato una serie impressionante di Case, di alcune delle quali non si sentiva la mancanza. All'Acquario, sede della Casa dell'architettura, è un trionfo di architettura brutta e cattiva, moquette arancione, paratie da fiera, tubi senza un perché, sovrapposta ad architettura ottocentesca dignitosa, anche se non eccelsa. Tutt'intorno rifiuti e violenza dell'Esquilino, la Chinatown di Roma, che fa sembrare quella di Milano un gioiellino. Poi c'è la Casa del jazz, che con tutto il rispetto per Renzo Arbore, sembra dedicata solamente a lui; a quella della Letteratura, che praticamente già esisteva, è bastato un nastro. La Casa del Cinema a Villa Borghese è più o meno come una modesta saletta di anteprime, però c'è un bel bar. Del Festival del Cinema, realizzato come un dispetto a Venezia, in un Paese che è tornato a produrre cinema, ma non riesce a imporlo all'estero, vedremo se le sorti sanno magnifiche e progressive; il Festival della fotografia non ha prodotto neanche una ricaduta minima, per esempio una scuola di fotografia. L'unica struttura veramente importante, centrale, romana, il Palazzo delle Esposizioni, rappresenta un fallimento totale, i lavori di restauro e di ampliamento fermi dopo un incidente di lavoro.
Nella Roma magnificata del sindaco Veltroni, che resta uguale a quella che faceva storcere il naso a Joyce, i turisti arrivano numerosi, ma scappano dopo due-tre giorni, e non è detto che tornino. Non ci sono appuntamenti fissi e importanti, non si muove denaro, non c'è impresa, perché del cuore del governo, dell'Amministrazione, il sindaco non si occupa.
Il leader nazionale. Citiamo dal discorso di Firenze. «Non sarà la fusione dei Ds e della Margherita, quando pensiamo al Pd pensiamo a un grande partito di popolo, un soggetto politico che vive dentro il popolo e che sta dentro la vita reale dei cittadini, un partito nuovo che ha la capacità di far irrompere sulla scena cittadini che la politica tiene fuori. È mai successo nulla di simile nella vita italiana?». Ancora: «Il Partito democratico non è l'assemblaggio dei moderati, ma il campo di chi ha una forte ambizione di cambiamento. Non è né un partito centrista né americano perché non c'è riformismo senza radicalità e radicalità senza riformismo: uno diventerebbe una chiacchiera e l'altro un contenitore vuoto». L'acme: «Sono di sinistra se, di fronte alla solitudine di un'anziana malata, mi accorgo che anche la mia vita perde qualcosa; sono di sinistra se le rinunce di una famiglia di quattro persone rendono la mia più povera; sono di sinistra se vedo un bambino che muore di fame, e in quel momento è mio figlio, mio fratello piccolo». Infine: «Facciamo un'internazionale dei democratici e dei socialisti, non dobbiamo fermarci».
In queste frasi si trova agevolmente tutta la doppiezza politica e l'occupazione dell'antipolitica delle quali Walter Veltroni è maestro. Il Partito democratico è dilaniato sulla scelta di appartenenza europea? Niente paura, mettiamoci tutti insieme appassionatamente, democratici e socialisti. Non stiamo mica a guardare il capello. Il partito democratico viene costituito anche per espellere il radicalismo alla Mussi? Meglio tenerseli buoni tutti, ricordati Fabio che per provare compassione, per non essere dei mostri che mangiano caviale di fronte al bambino agonizzante, bisogna restare di sinistra. Il partito democratico dovrebbe essere, sia pure con quindici anni almeno di ritardo sulla straordinaria intuizione craxiana fatta fuori a colpi di tribunale, riformista, cioè naturalmente moderato e, non solo nel nome, ispirato ai modelli anglosassoni? Veltroni mischia ancora, non si può essere riformisti se non si è radicali, socialisti sì, socialdemocratici mai, e vaglielo a spiegare non solo alla Binetti, pure a Rutelli che caspita voglia dire.
Nell'afferrarsi a ogni appiglio, nel cavalcare cinicamente l'evidente nostalgia, il dispiacere dei delegati riuniti a Firenze, che il passaggio lo vivono come un male, necessario, ma un male, il sindaco di Roma mostra tutti i limiti dei dirigenti costruiti nelle batterie delle federazioni del Pci. Non conoscono il mondo vero, non sentono l'istinto di uccidere, di sfidare gli avversari, ma anche il pregiudizio dei consanguinei. Per dirla ancora una volta con Andrea Romano, «la leggerezza veltroniana è tale da fargli associare la rivendicazione per sé del massimo del coraggio con il minimo del rischio». Walter Veltroni da funzionario di partito è diventato deputato, poi per due anni è stato vice premier di un governo Prodi rovesciato con un golpe interno, ha fatto fino al 2001 il segretario nazionale, e il partito è sceso al minimo storico. Nel 2001 è diventato sindaco con il 51 per cento dei voti contro un candidato del centrodestra non proprio di prima fila, Antonio Tajani. Tutto qui. Davvero ha le carte in regola per far affluire al nascente Pd molti più voti di quanti ne abbia finora attirato l'Ulivo, da essere votato a Pordenone o a Caltanissetta, molto lontane dalle inaugurazioni capitoline? Io non lo credo, e mi dispiace. Se questi sono gli splendidi cinquantenni, purtroppo il giovane resta Silvio Berlusconi.
Maria Giovanna Maglie