In Veneto scoppia la rivolta fiscale Galan protesta: "Visco ci perseguita"

Da Padova e Treviso firme contro l’inasprimento dei tributi. Si lotta contri gli studi di settore voluti dal viceministro dell'Economia. Il governatore appoggia l’iniziativa: "Ci accusano di non pagare le imposte, ma gli evasori sono meno della media nazionale"

Di colpo, il tiepolesco cielo del Veneto si è oscurato, caricandosi di nuvole minacciose. Che poi da martedì stanno scaricando sul viceministro Vincenzo Visco «carezze verbali» e tante firme. E se le prime non sono ripetibili, le seconde si possono contare. Sono già migliaia, a poche ore dall’apertura dei banchetti sulle piazze di Padova e Treviso, le prime due città da cui è partita questa rivolta contro l’inasprimento fiscale derivante dalla revisione degli studi di settore. L’obbiettivo è 50mila firme, il doppio dei voti con i quali ha «vinto» questa maggioranza. Intanto, in Veneto, i sintomi diffusi e percepibili - macchie di bile sulla pelle e ripetuti «sacranon» che solcano l’aria - dicono che il contagio si sta estendendo a tutta quest’area dove la densità di imprese, 73,7 ogni mille abitanti, supera di 10 unità la media nazionale e dove il tasso di disoccupazione del 3,4% è la metà di quello italiano. Eppure è proprio su questa arteria pulsante, che pompa Pil ed export irrorando il sistema centrale, che il fisco (o il Visco?) sembra ostinarsi a voler affondare i suoi denti. Forse è un problema di comprensione, di scarsa conoscenza di questa realtà e di questa zente. Ne abbiamo parlato con chi il Veneto e i veneti li conosce invece molto bene, il governatore regionale Giancarlo Galan.

Presidente Galan, possiamo avanzare l’ipotesi che il viceministro sia affetto da «incultura» d’impresa? Cioè: in materia è davvero ignorante - in senso letterale, ovvero che ignora - o a suo avviso ci fa?
«Penso che Visco sia spesso accecato da posizioni preconcette, da pregiudizi e teorie ideologiche che portano lui e questo governo a errori clamorosi come l’aumento delle aliquote degli studi di settore. Questo è vero, e per questo esprimo la mia completa solidarietà all’indignazione e alla rabbia che emergono dalle iniziative assunte in questi giorni nel Veneto».

Possibile che al ministero non tengano mai conto di quanto questa terra e queste categorie produttive restituiscano invece al Paese in termini di ricchezza, di crescita di Pil, di tasso di occupazione, di export?
«È di tutta evidenza che strumenti come gli studi di settore utilizzati nella maniera esasperata adottata da Visco e dal governo Prodi non sono più normali meccanismi di raccolta fiscale, ma diventano veri e propri strumenti di una indiscutibile persecuzione nei riguardi di una o più categorie di cittadini che, con le proprie iniziative imprenditoriali, contribuiscono ampiamente alla creazione del Pil regionale. Loro partono dal presupposto aprioristico che, anni fa, fu fatto anche da Rutelli, e cioè che i veneti siano per definizione un aggregato di evasori. Ma se da questo teorema non dimostrato passiamo ai dati, io posso invece dire che noi veneti le tasse le paghiamo».

Fuori i numeri, allora.
«Sono dati Unioncamere: dicono che il tasso di evasione nel Veneto è del 10,6% contro il 15,8% medio italiano. Non basta: da noi la riscossione coattiva è pari allo 0,13% contro lo 0,15% nazionale. Che Visco fornisca altri dati, se ne ha. Noi siamo una regione virtuosa».

Viene da chiedersi quale sia invece il costo netto, e basta, «prodotto» dai pubblici fannulloni messi sotto accusa dal professor Ichino. A loro, però, hanno appena dato un aumento contrattuale.
«Questo è vero, anche se in realtà a mancare è un’autentica riforma della pubblica amministrazione basata su efficienza, competenza e merito. Se fosse per davvero così, allora sarebbero giusti anche quegli aumenti».

Invece è arrivata l’ingiustizia di questi inasprimenti.
«Sì, ingiustizia è la parola giusta. La modifica degli studi di settore in chiave più restrittiva porterà a un inasprimento delle sanzioni e allargherà l’area dell’ingiustizia. E l’ingiustizia subita dal Veneto è duplice: da un lato per le conseguenze della mancata applicazione del federalismo fiscale, confermate proprio ieri da uno studio Bankitalia, e dall’altro per la ridicola quota di trasferimenti riconosciutaci. Questo mentre noi diamo moltissimo: più di 900 milioni di euro all’anno per la sola sanità del Meridione».

Questo però non lo dicono.
«Già, e l’assurdo è che proprio la locomotiva del Nord venga lasciata in queste condizioni. In Alto Adige trattengono il 90% del prelievo, ma proprio ora a Roma stanno pensando di rendere ancor più autonome le Regioni a statuto speciale. Questo governo è schizofrenico».

Vuole lanciare loro un messaggio?
«Inutile che si illudano di fare il Partito democratico del Nord con Cacciari e Chiamparino. Il nodo è che questo governo deve andarsene subito a casa, perché è la rovina del Nord. Se ne devono andare, oppure organizzeremo qualcosa, nella legalità, per far sparire questa ingiustizia fiscale. Perché noi vogliamo sopravvivere».