A Venezia arriva l’Europa del disagio

La Settimana della critica, sezione autonoma della Mostra veneziana, porta fortuna ai film italiani. Due anni fa lanciò La ragazza del lago di Andrea Molaioli (3 milioni al box-office), l’anno scorso Pranzo di ferragosto di Gianni Di Gregorio (2 milioni).
Chissà se il miracolo si ripeterà con Good morning Aman, opera prima del 34enne Claudio Noce. Pare facesse gola a molti, alla fine se la sono assicurata Francesco Di Pace e i suoi nuovi selezionatori. Unico titolo tricolore tra i sette in gara (più tre fuori concorso), sarà distribuito da Cinecittà Luce, il che è una buona notizia.
Se ne parla come di un debutto notevole, nel quale gli echi pasoliniani si intrecciano a un racconto classico, impietoso ma partecipe. Il quartiere multietnico di Piazza Vittorio fa da cornice all’incontro tra un ventenne somalo dall’italiano perfetto, appunto l’Aman del titolo interpretato da Said Sabrie, e un ex pugile dalla vita scorticata e dal passato oscuro, Teodoro, al quale Valerio Mastandrea, pure coproduttore, offre il suo sguardo malinconico. Di sicuro non si ride, ma forse sarebbe chiedere troppo a un film da festival. Per il resto la 24esima Settimana della critica si muove all’insegna di un marcato eurocentrismo, al solito privilegiando temi inclini «al disagio esistenziale, sociale e politico» ed echi di un futuro ravvicinato «che ammoniscono su un presente pre-apocalittico».
Dalla Francia arriva ad esempio Domaine di Patric Chiha, dov’è di scena un adolescente irretito dal fascino, non solo intellettuale, della zia sbevazzona Béatrice Dalle. Mentre Kakraki del moscovita Ilya Demichev evoca la figura di Gogol per allestire un affresco grottesco sulla Russia di Putin. Per la gioia dei cinefili ci saranno due film iraniani e uno coreano (197 minuti!); colpisce, in compenso, la presenza massiccia della Svezia, con addirittura tre titoli. Uno in gara, Una soluzione razionale di Jörgen Bergmark, dalle coloriture post-bergmaniane, due fuori, sulla carta più divertenti e legati da un filo conduttore, cioè il potere della tv, delle telecomunicazioni globalizzate, in una chiave che tira in ballo il vecchio Orwell. Ma se Metropia di Tarik Saleh è un cartone animato con le voci di Vincent Gallo e Juliette Lewis, Videocracy dell’italiano-svedese Erik Gandini si propone con un reportage sul «bestiario» tv italiano degli ultimi trent’anni, con consueto contorno kitsch di veline, grandi fratelli, Mora & Corona. «Non esattamente un film su Berlusconi, ma sull'Italia berlusconiana di lunga durata», spiegano le note di regia. Vabbè. Poteva mancare a Venezia?