Vent'anni fa Mani PuliteQuel colpo di spugnasulla Prima Repubblica

Il mondo politico si interroga sul processo e sui cambiamenti che apportò l'inchiesta. Colombo: "Oggi ci ritroviamo con gli stessi problemi". Di Pietro: bilancio triste

A distanza di 20 anni da Mani Pulite cos'è cambiato? Se lo chiede il mondo della politica, che a distanza di quattro lustri, torna a riflettere su quel processo, partito con l'arresto di Mario Chiesa, che portò al crollo della Prima Repubblica e alla dissoluzione di partiti come la Democrazia Cristiana e il Partito socialista di Bettino Craxi.

"Da allora la politica non solo non ha fatto nulla per combattere la corruzione ma l'ha addirittura sostenuta mettendo continuamente i bastoni tra le ruote ai magistrati, denigrando l'ordine giudiziario e cancellando le leggi che avrebbero potuto portare in carcere corrotti e criminali", ha commentato Antonio Di Pietro, uno dei protagonisti indiscussi di quegli anni, facendo un bilancio che lui stesso definisce "triste", perché "se c'è un campo pieno di erbacce, e il contadino lo ara, ma nessuno lo semina, poi le erbacce come la gramigna ricrescono... E se la politica non ha fatto quello che doveva fare è anche perché i protagonisti o sono quelli di sempre o ci sono i loro portaborse...".

"Oggi, la situazione è peggiore di quella che c'era ai tempi di Tangentopoli", ha rincarato la dose il Verde Angelo Bonelli.

Per il segretario democratico, Pier Luigi Bersani "Tangentopoli allora segnalò una patologia, ma è una fesseria dire che siamo ci siamo ancora dentro. E se non siamo ancora usciti dalla transizione cominciata 20 anni fa è solo perché ha prevalso il populismo". 

A schierarsi contro "Mani Pulite" ci ha pensato Stefania Craxi, bollando quel periodo storico come "una falsa Rivoluzione" e organizzando oggi a Milano una contromanifestazione rispetto a quella fatta dall'ex pm Di Pietro. 

Nell’inchiesta Mani Pulite "era evidente una deriva politica della magistratura e un uso strumentale del processo penale". A fornire questa lettura dell’indagine milanese è Enzo Lo Giudice, avvocato di Craxi all’epoca dell’inchiesta, intervistato dal Messaggero. "I magistrati vollero sostituirsi alla politica e allargarono il loro campo d’azione chiamando in causa altri reati come la concussione e la corruzione", ha affermato Lo Giudice che poi ha aggiunto che il fenomeno della corruzione "era da affrontare politicamente senza affidarne la soluzione alla magistratura" e il motivo per cui il leader socialista Craxi divenne l'obiettivo dell’inchiesta fu dovuto al fatto che "lo temevano tutti, gli riconoscevano un’abilità insolita. E poi aveva in mente un processo di riforme che riguardava anche la giustizia".

Di diverso parere il procuparatore capo di Torino, Gian Carlo Caselli, secondo il quale "i colleghi milanesi con l’inchiesta Mani Pulite hanno conquistato un merito grandissimo. L’inchiesta milanese andò oltre, non solo evidenziando quel bubbone purulento che infettava l’intera società ma soprattutto chiarendo che si trattava di qualcosa di sistemico che pervadeva questa nostra società", ha dichiarato Caselli all'Unità, aggiungendo poi che "l’operato della magistratura ha salvato l’Italia dal baratro, quello stesso baratro in cui sarebbe invece precipitata negli anni Novanta l’Argentina".

Dell’indagine Mani Pulite "c’è moltissimo da salvare. A cominciare dalla mobilitazione dell’opinione pubblica che proprio sulla spinta del nostro lavoro mise all’ordine del giorno la questione morale". Rivendica il suo operato l’ex procuratore aggiunto di Milano e coordinatore del pool milanese di Mani Pulite, Gerardo D’Ambrosio, intervistato dal Messaggero. "All’entusiasmo iniziale, negli anni è subentrata la delusione. L’opinione pubblica capì molto presto che la classe politica non voleva fare le riforme necessarie per combattere il malaffare" ha aggiunto D'Amborsio.

Quanto alle accuse di politicizzazione dei magistrati di Mani Pulite, D’Ambrosio sottolinea che si trattò di accuse avanzate proprio perché "sapevano che non guardavamo in faccia a nessuno".

"Non si può paragonare un’indagine penale ad una rivoluzione. Certo, aver fatto emergere un sistema di corruzione così articolato poteva rappresentare lo spunto perchè in altre sedi si cercasse di sradicare questo sistema. Invece non è stato fatto per niente. Tanto che oggi ci ritroviamo con gli stessi problemi. In questo senso, Mani Pulite è stata un’occasione mancata". Ad affermarlo è il magistrato del pool milanese, Gherardo Colombo, intervistato dalla Stampa.

"Oggi la mia impressione è che la corruzione sia ancora ampiamente diffusa - ha aggiunto Colombo - mi pare che non sia cambiato molto rispetto ad allora. In questo senso Mani pulite è stata un’occasione mancata".

"C’era una questione morale e noi socialisti non abbiamo capito che, dopo il 1989, quella questione sarebbe diventata una questione politica. Ma ci fu una regia internazionale ed un concorso interno che ora credo di poter dimostrare", ha dichiarato alla Stampa, Rino Formica, ex ministro ed ex fedelissimo di Bettino Craxi,

Secondo Formica, che ha ammesso anche le colpe dei socialisti, "quello dei magistrati di Milano fu un caso di doroteismo: il capo non voleva farsi bruciare e affidò le inchieste ai magistrati di diversa impostazione, ognuno copriva l’altro".

Chi invece preferisce concentrarsi sul presente e non sul passato è l'ex ministro Gianfranco Rotondi, il quale ha dichiarato: "Invece di commemorare i complotti di venti anni fa, la politica rifletta su quelli più vicini: è stato sloggiato un governo legittimo e interdetta la vittoria certa della sinistra".