Ventiquattr'’ore di guerriglia nei Territori

Palestina a un passo dallo scontro fratricida. A mezzanotte una conferenza stampa annuncia il cessate il fuoco ma si continua a sparare

Assalti, spari contro il ministro degli Esteri di Hamas e colpi di mortaio sugli uffici presidenziali di Mahmoud Abbas, alias Abu Mazen, a Gaza sono oramai la conferma che i palestinesi stanno pericolosamente scivolando verso il baratro della guerra civile. E in serata il sequestro e l’uccisione di un colonnello dei servizi di sicurezza legato a Fatah ha ulteriormente aggravato il quadro, anche se più tardi arriva l’annuncio di una tregua, quasi subito infranta. Una tregua talmente fragile da dover essere annunciata con una conferenza-stampa a mezzanotte, per darle credibilità mentre fuori si continua a sparare e a rinfacciarsene la responsabilità.

Dopo la comunicazione presidenziale di sabato, intesa a “licenziare” il governo di Hamas con elezioni anticipate, gli scontri si stanno intensificando. All’alba di ieri un gruppo di uomini armati e mascherati, ma con le uniformi paramilitari utilizzate dal braccio armato di Hamas, le brigate Ezzedin al Qassam, hanno attaccato un campo di addestramento di Forza 17, i pretoriani presidenziali a sud di Gaza City. Un militare di guardia è stato prima ferito e poi ammazzato con un colpo di grazia esploso da distanza ravvicinata. I suoi commilitoni hanno risposto al fuoco costringendo gli assalitori a ripiegare.

Scatta subito un’operazione delle forze leali ad Abbas. Centinaia di agenti della sicurezza, uomini della Guardia presidenziale, ai quali si sono unite le cellule delle brigate dei Martiri di Al Aqsa, il braccio armato e terroristico di Fatah, movimento politico del presidente, prendono posizione in alcuni punti nevralgici. Il piano punta a sbarrare il passo a chiunque, nella zona degli uffici e della residenza presidenziale a Gaza. Sui tetti si appostano i cecchini e sulle strade di accesso sono organizzati posti di blocco. Da un luogo sicuro, probabilmente a Ramallah in Cisgiordania, l’operazione viene coordinata da Mohammed Dahlan, ex ministro degli Interni, fedele ad Abu Mazen e bestia nera per gli integralisti di Hamas.

Le forze fedeli al presidente espugnano anche i ministeri dell’Agricoltura e dei Trasporti, vicini alla zona dove è stato esteso il cordone di sicurezza. I dipendenti dei ministeri sono invitati a tornarsene a casa fino a nuovo ordine, ma Hamas ha già intimato ai rivali palestinesi di abbandonare i dicasteri, altrimenti li riconquisterà con la forza.

La situazione è ulteriormente precipitata quando un gruppo di armati legati a Fatah ha cominciato a sparare contro la macchina sul quale viaggiava il ministro degli Esteri del governo palestinese, Mahmoud Zahar, uno dei falchi di Hamas. Il ministro è rimasto illeso, ma la sua scorta ha risposto al fuoco ingaggiando una battaglia con gli assalitori. Come ritorsione i miliziani di Hamas hanno stretto il cerchio attorno al cordone di sicurezza di Fatah a Gaza City, sparando almeno due colpi di mortaio in direzione della residenza presidenziale. I feriti si contano a decine e Hebba al Mesabe, studentessa universitaria di 19 anni, è stata uccisa dal fuoco incrociato.

Anche il giornalista di guerra francese Didier François del quotidiano Libération, si è beccato un proiettile in una gamba. In tutto sarebbero una quindicina le persone ferite attorno al compound presidenziale a Gaza, mentre Abu Mazen si trovava nel suo quartier generale della Mukhata a Ramallah. Il ministro degli Esteri, poco dopo essere sfuggito alle sparatorie ha accusato le forze presidenziali di tentare «un colpo di Stato militare con assassini e occupazioni dei ministeri».

Le vie del capoluogo della Striscia si sono velocemente svuotate nel timore che le fazioni possano usare armi pesanti o azioni kamikaze, con autobomba, contro le postazioni rivali. La tensione sta crescendo in tutta la Striscia e con il passare delle ore si segnalavano violenti scontri anche nel campo profughi di Jabalya, a nord di Gaza City.

Gli integralisti sono militarmente più forti a Gaza e possono contare su circa seimila uomini della loro cosiddetta “forza esecutiva”, costituita grazie ai finanziamenti di Paesi come l’Iran. A questi reparti va sommata l’ala armata e terroristica del movimento, le brigate Ezzedin al Qassam. I lealisti di Fatah, oltre che sulle forze clandestine dei Martiri di Al Aqsa e sugli sfilacciati servizi di sicurezza palestinesi contano soprattutto sui quattromila uomini della Guardia presidenziale. Addestrati dagli americani e ben equipaggiati hanno appena ricevuto nuove armi con il tacito avallo degli israeliani.