Verdetto finale: De Benedetti sconfitto due volte

Per l’acquisto di Sme e Mondadori non esiste reato e non ci sarà l’astronomico risarcimento richiesto per il Lodo. Morale: l’Ingegnere perde su entrambi i fronti. E trascina a fondo il pool

da Milano
Ci sono voluti dieci anni, ma adesso le sentenze consegnano una verità disarmante. Perfino banale: la Fininvest non comprò la Camera di Consiglio che decise la sorte della Mondadori, la Fininvest non comprò i giudici che bloccarono la vendita della Sme. Calcisticamente parlando, Berlusconi batte De Benedetti 2 a 0. Quel che più conta, sono finiti nel nulla i due grandi processi costruiti dal Pool contro il presidente del Consiglio a partire dalla metà degli anni Novanta.
Accuse chilometriche, suggestive, corredate da mille supposizioni ma stranamente vaghe, fluttuanti, ondivaghe quando si arrivava al dunque: com’era possibile che Filippo Verde, da solo, avesse pilotato la Camera di Consiglio della Sme e com’era possibile che altrettanto avesse fatto per il Lodo, in splendida e incomprensibile solitudine, Vittorio Metta?
Ora sappiamo che quei verdetti furono regolari. Ma sappiamo anche qualcosa in più. A pagina 131 delle recenti motivazioni della sentenza con cui Silvio Berlusconi è stato assolto per la Sme, si legge: «Costituisce un dato pacifico che tutti i giudici che si sono occupati della causa Buitoni/Iri sono pervenuti alla medesima conclusione, quella di respingere le domande della parte attrice». Ovvero la Cir di De Benedetti. Insomma, non solo Verde non condizionò gli altri due magistrati che con lui bloccarono la cessione della Buitoni, ma quella decisione fu confermata in appello e in Cassazione. Curioso. E infatti, il collegio guidato da Francesco Castellano dà una sonora bacchettata al Pool: «Si tratta di un dato assolutamente incontrovertibile, che però l’accusa pubblica e privata hanno sorprendentemente ignorato nel corso del dibattimento, mentre, viceversa, costituisce un elemento di grande rilevanza per valutare la condotta di Filippo Verde».
Parole pesantissime, specialmente quell’avverbio e quel verbo - sorprendentemente ignorata - che compongono la più dura critica all’operato di Mani pulite. Del resto, lo stesso collegio spende decine di pagine per demolire il teste chiave di tutti questi processi “politici“, ovvero la signora Stefania Ariosto. A pagine 32, per esempio, il tribunale parla di «ulteriore conferma dell’inaffidabilità delle annotazioni e delle date contenute nelle agende dell’Ariosto». A pagina 60 ironizza sulla circostanza che «mai l’Ariosto ha fornito una descrizione dell’abitazione dell’avvocato Previti in via Cicerone a Roma e ciò non è cosa da poco se si considera che la teste svolgeva all’epoca attività di arredatrice-antiquaria». A pagina 55, poi, il tribunale manda in archivio anche la «lobby costituita da magistrati tutti legati a Previti e a Berlusconi o a addirittura a libro paga per la tutela degli interessi di costoro». Dettaglio ulteriore, uno di questi magistrati, Rosario Priore, è parte civile in un dibattimento in cui la signora Ariosto è imputata, nientemeno, di calunnia. Processo che, fra parentesi, si svolge solo perchè la Procura generale ha strappato dalle mani, inerti, della Procura, il fascicolo, fermo da anni in un cassetto.
Certo, un altro collegio, guidato da Luisa Ponti, tesse invece le lodi dell’Ariosto e costruisce, su un bonifico da 434 mila dollari, la condanna di Previti, dell’avvocato Attilio Pacifico, dell’ex capo dei gip di Roma Renato Squillante, ritenuto un giudice a libro paga della Fininvest (e per lo stesso fatto Berlusconi esce di scena con la prescrizione e senza una completa assoluzione). Ma il bonifico è datato 1991, non c’entra nulla con la vicenda Sme, è finito dentro quel processo solo in mancanza di un contenitore adeguato.
Ora frana anche il Lodo Mondadori e cade il risarcimento astronomico, 380 milioni di euro, stabilito in primo grado per la Cir. Metta non fu corrotto. Del resto ancora una volta risultava arduo capire come quella sentenza fosse stata aggiustata e come Metta avese imbrigliato gli altri due membri del collegio. Già nel giugno 2000, il gip Rosario Lupo aveva prosciolto, addirittura in udienza preliminare, Berlusconi, Metta, Previti e Pacifico. La corte d’appello aveva riaperto il caso e dato fiato alle trombe del Pool. Ora si torna al punto di partenza.
Dopo due gradi di giudizio resta in piedi, sia pure amputato di alcuni capi d’accusa, l’Imi-Sir. L’unica vicenda in cui non c’era Berlusconi. E nemmeno De Benedetti.

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