Il Verdi di Barenboim non incanta

I tre brani scelti da Daniel Barenboim per il concerto inaugurale della stagione della Filarmonica della Scala 2011/12 - sinfonia dei Vespri Siciliani (1855) di Giuseppe Verdi, trittico La Mer (1905) di Claude Debussy e poema sinfonico Till Eulenspiegel (1895) di Richard Strauss - hanno riportato alla mente, per la scelta operata, la figura di Victor De Sabata, sommo fra i direttori del passato che hanno legato il proprio nome ai fasti della Scala, prediligendo appunto quelle composizioni. Chi volesse verificare come De Sabata esaltasse la preziosità dello strumentale e la trascinante sensualità della Mer in un incantesimo fonico unico, può farlo ascoltando un’imperdibile antologia appena pubblicata dall’Accademia di Santa Cecilia di Roma. Chiediamo perdono per quelle che qualcuno potrebbe interpretare come pericolose e patetiche nostalgie, motivate non dal tardivo ingresso dell’autunno, ma dal deludente esito del concerto inaugurale della Filarmonica, giunta alla trentesima stagione. La predilezione di Barenboim per un fraseggio carnoso, e per sonorità in cui il peso non adeguatamente calibrato delle percussioni diventa invadenza, ha penalizzato non soltanto la tersa scrittura di Verdi, ma anche quella ben più sfaccettata e misteriosa di Debussy. Da ascrivere al merito di Barenboim la scelta di includere raffinate rarità debussiane come le Ballades di François Villon (1910) e Jet d'eau (1897-9), su testo, non meno affascinante, di Charles Baudelaire. Peccato che il calibro non certo penetrante della solista, il soprano Anna Prohaska, non permettesse di percepire la caratura delle parole, imprigionate nei liquidi arcaismi e nella crisalide orchestrale. Desiré Emile Inghelbrecht, direttore d’orchestra già collaboratore di Debussy, optava nelle ballate per un tenore, per una di quelle nitide voci che nel bel suol di Francia, si chiamano «Trial» e rendono con inarrivabile fascino la poeticità della parola e l'ironia, che è necessaria nella ballata conclusiva che allude alla supremazia delle donne parigine che hanno becco e lingua «fina». In chiusura i tiri burloni del Till straussiano riportavano un po’ di vivacità, dopo le esangui atmosfere precedenti, in un pubblico piuttosto sconcertato e intimorito, e alla fine, garbatamente plaudente. Così la festa non è stata rovinata.