La verità imposta

Sento ripetere degli strani discorsi. Come se la persona in fin di vita che rifiuta l'accanimento terapeutico volesse costringere quanti sono in condizioni analoghe a fare altrettanto. Si tratta dello stesso argomento dozzinale di chi sostenne che l'introduzione del divorzio e dell'aborto significasse una sorta di precetto generale per costringere a divorziare e abortire. O di chi asserisce che l'introduzione dei Pacs distrugge il matrimonio tradizionale e perfino che le unioni di fatto tra omosessuali sarebbero la dissoluzione di quella procreazione necessaria per l'identità italiana. Questi discorsi sono pretestuosi perché fanno credere che una legge volta a tutelare specifici diritti di soggetti deboli provocherebbe obblighi per l'intera comunità tali da distruggere altre situazioni tradizionali.
Si dirà piuttosto che si tratta di una questione di valori, più precisamente della salvaguardia di quei valori tutelati dalla Chiesa con le sue gerarchie ufficiali. È vero: regolamentare civilmente l'accanimento terapeutico, i Pacs o la fecondazione assistita, come in passato il divorzio e l'aborto, può entrare in conflitto con i valori della Chiesa. Ma se la polemica riguarda i valori, come non porsi la seguente domanda: è legittimo che i valori di una parte, per quanto diffusa, siano imposti con la forza a chi non li riconosce come tali e ne pratica altri?
Ecco dunque che lo spartiacque su tante questioni personali e sociale non è tra cattolici e laici, ma tra le persone tendenzialmente autoritarie che vogliono imporre i loro valori all'intera comunità nazionale, e gli uomini che ritengono di porre al centro dei propri comportamenti solo la loro coscienza nel rispetto delle legittime scelte altrui. È questo uno dei principi dell'umanesimo liberale che ha reso grande l'Occidente.
In una bella intervista su Welby del cardinale Ersilio Tonini si percepisce bene la dicotomia oggi esistente tra la centralità dell'uomo e il riconoscimento di un'autorità al di fuori e al di sopra dell'uomo: «Se qualcuno esprime il desiderio di affrettare la fine della propria pena, non è peccato. Anzi può essere anche un desiderio sano. Però... C'è un principio a cui non possiamo sfuggire. La vita è un dono, è sacro, è intangibile...». Ha ragione il cardinale: la vita è un dono ma ciò vale solo per chi crede che sia così. Se Welby o chiunque altro ritiene che la vita appartenga solo a se stesso, che fare? Si può imporre la visione di una vita appartenente a Dio a chi non lo pratica o crede ad altre forme spirituali o trascendenti?
Il liberale ritiene che il giudizio sul bene e il male, sulla moralità personale e sui valori etici pubblici non debba discendere dalla Chiesa, dallo Stato, dal partito o da una ideologia ma solo dalla coscienza personale. Perciò rivendica il diritto di ogni persona di vivere la propria vita (e la propria morte) a proprio piacimento, e ritiene che gli esseri umani abbiano il diritto di sviluppare la loro natura con tutta la varietà e ricchezza, e all'occasione, l'eccentricità possibili.
Al contrario la Chiesa non può che sostenere la sua verità. Del resto che Chiesa sarebbe se non lo rivendicasse con forza chiedendo ai credenti di attenersi alla dottrina? Ma come posso io, non credente ma in possesso di una mia moralità, seguire ciò a cui non credo? Ed è proprio di questo che oggi si discute. Perché le concezioni della Chiesa sull'accanimento terapeutico e l'eutanasia, sulle unioni di fatto, sulla procreazione assistita e sull'origine della persona umana, ancora ribadite da papa Ratzinger, sono ispirate a «principi trascendenti sottratti all'arbitrio dell'uomo» o, come scrive il cardinal Trujillo, sono «principi non negoziabili».
La democrazia in un Paese non soggetto allo Stato etico ha invece bisogno di principi negoziabili e di compromessi tra ispirazioni etiche, ideali e ideologiche diverse, senza che ciò significhi un'assenza progettata di valori etici pubblici. La Chiesa fa benissimo a sostenere i suoi principi e a rivendicare più spazio pubblico, a condizione però che non pretenda di annullare i valori diversi dai suoi. Per la mia parte, da liberale, vorrei conservare il diritto di vivere secondo i miei valori di persona che crede nella centralità dell'uomo e fa discendere le sue scelte dalla propria coscienza. Senza che mi vengano imposte leggi dello Stato ispirate a quell'assolutismo che riconosce la sola verità della Chiesa al di fuori della quale non ci sono che proibizioni.
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