Le verità scomode sul caso Mori

Lino Jannuzzi

Se nei libri di storia rimarrà qualcosa di questa stagione dell’antimafia, non sarà né il maxiprocesso di Giovanni Falcone né il processo del secolo a Giulio Andreotti. Rimarrà il processo per favoreggiamento alla mafia contro i carabinieri che hanno arrestato il capo della mafia: questo sarà per gli storici, se se ne occuperanno, il vero, unico, grande, stupefacente mistero, come è potuto accadere che fossero processati i carabinieri che arrestarono Totò Riina, e dopo tredici anni che l’avevano arrestato, e nessuno, nel tempo e nello spazio, sarà in grado di risolverlo. Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Palermo Piero Grasso: «Non ho memoria di una situazione analoga. Sarà un processo senza precedenti: la richiesta di proscioglimento del generale Mario Mori e del colonnello Sergio De Caprio, ripetutamente formulata dai pm, non è stata una loro iniziativa personale, ma è il frutto di valutazioni maturate all’interno di tutta la Direzione distrettuale di Palermo...». E lo dice lo stesso pm Antonio Ingroia».
Copione già scritto
Il processo in corso a Palermo è, in effetti, un processo senza il reato, senza la causale, senza l’accusa, senza testi e senza documenti (l’accusa e la difesa hanno chiesto la citazione degli stessi testi e l’acquisizione degli stessi documenti, come dire che testi e documenti dovrebbero accusare e difendere insieme, e che in definitiva non varranno né ad accusare né a difendere). E sappiamo già come andrà a finire, il copione è già scritto, secondo il metodo invalso con il rito palermitano dei professionisti dell’antimafia: Mori e De Caprio saranno assolti, ma nelle motivazioni dell’assoluzione ritroveremo tutte le illazioni, le insinuazioni, i veleni con cui sono stati chiacchierati, insozzati, “mascariati” nel corso di questi sette anni di indagini a vuoto, basate sul nulla, e di finte richieste di archiviazione “suicide”, fatte apposta per riaprire le indagini il giorno dopo.
Accuse postume
Eppure qualcosa c’è, in questo processo, che meriterebbe di essere preso in considerazione e andrebbe approfondito, come mai è stato fatto finora. C’è Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo, il corleonese processato e condannato per mafia: lui è morto, ma entrerà nel processo con il dattiloscritto di un libro inedito, intitolato “Le Mafie”, e un manoscritto di 13 pagine, intitolato “I carabinieri”. Il libro fu consegnato dallo stesso Ciancimino ai carabinieri del Ros il 2 febbraio del ’93, quindici giorni dopo l’arresto di Totò Riina, e dai carabinieri fu trasmesso ai magistrati di Palermo, che da dodici anni lo conservano nei loro archivi, assieme a decine di verbali di interrogatori di Ciancimino. Nel libro Ciancimino racconta in una ventina di capitoli la politica siciliana degli anni Settanta e Ottanta, soffermandosi sugli appalti e sulle tangenti distribuite ai partiti, compresi quelli dell’opposizione.
Il manoscritto intitolato “I carabinieri”, che corrisponde esattamente a uno degli interrogatori resi da Ciancimino alla procura di Palermo, e che secondo i velinari amici della procura e scrittori di libri di “storia della mafia”, dovrebbe costituire la prova della “trattativa” intercorsa tra Cosa nostra e lo Stato (e quindi del presunto “favoreggiamento” di Mori e di De Caprio, che per questa ragione non sarebbero andati a perquisire il “covo” di Riina, subito dopo la sua cattura), è stato invece richiamato nel processo proprio dagli avvocati degli imputati, e per dimostrare il contrario: il mafioso Ciancimino, con una “correttezza” da fare invidia a più di un professionista dell’antimafia, racconta come fu avvicinato da Mori, dopo la strage di Capaci, per essere indotto a collaborare per fare cessare le stragi e per fornire idicazioni utili alla cattura di Riina. Mori aveva già raccontato la vicenda in più di un processo, e con gli stessi dettagli, lamentando che i contatti si interruppero bruscamente perché Ciancimino, che aveva preso a collaborare, fu improvvisamente e inopinatamente arrestato (e non si sa ancora perché e per ordine di chi).
Ma che cosa racconta Ciancimino, in questo interrogatorio riportato nel manoscritto e negli altri? Sono cose molto interessanti, e che sarebbe ora che fossero rilette, a prescindere dal processo a Mori e a De Caprio e dalle storielle sul covo di Riina: «C’è un movente occulto nell’assassinio di Salvo Lima, ed è un movente più prettamente politico, che trascende dagli interessi di Cosa nostra, anche se converge con essi...». E aggiunge: «Ho frequentato Salvo Lima per quarant’anni. Lima conosceva l’ambiente mafioso e avrebbe capito, grazie alle sue relazioni, se la sua vita fosse stata in pericolo. Evidentemente non si è reso conto del pericolo esistente, tanto è vero che non ha adottato alcuna precauzione. Lima non si guardava, era tranquillo, si sentiva in pace con tutti.
I delitti Falcone e Lima
Ma la decisione di ucciderlo non poteva essere presa da chiunque e la sua eliminazione deve essere ricondotta al tentativo di fermare Andreotti e di impedirgli di salire al Quirinale. Ma, nonostante l’uccisione di Lima, il progetto in concreto non riuscì. I senatori e i deputati dc avevano deciso ugualmente che, se fosse stata bloccata la candidatura di Forlani, sarebbe stata portata avanti quella di Andreotti. Ed ecco perché vi fu la necessità di eliminare, dopo Lima, Giovanni Falcone, e proprio mentre erano in corso le votazioni per il Quirinale, e di farlo in quel modo eclatante... Falcone poteva essere agevolmente ucciso mentre si trovava a Roma, senza il “teatro” messo in scena a Capaci. Quella strage venne fatta per far tremare l’Italia, e in effetti l’Italia tremò, e per sconvolgere il Parlamento, così determinando le condizioni per far eleggere un presidente diverso da Andreotti...»
Il grande «architetto»
«Sono certo - dice Ciancimino - che vi era qualcuno particolarmente ostile alla candidatura di Andreotti. Si tratta di colui il quale io penso potrebbe essere stato “l’architetto” del disegno politico che tramite l’omicidio di Lima e soprattutto le modalità eclatanti dell’uccisione di Falcone doveva bloccare Andreotti. Io ho in testa il nome del possibile architetto, ma non ho le prove per poterlo affarmare...». E però Ciancimino, condannato per associazione mafiosa e poi agli arresti domiciliari, dopo aver ripetuto le sue accuse e averle dettate a verbale dinanzi a Caselli e ai suoi sostituti, tenterà più volte di deporre anche dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia, e lo chiese anche per iscritto, ma non c’è mai riuscito. Luciano Violante, quando fu presidente della Commissione, preferì ascoltare Tommaso Buscetta, e sulla sua deposizione basò la sua relazione sui rapporti tra mafia e politica, architrave del processo a Andreotti, che “mascariato” dall’assassinio di Lima (e prima ancora dalle accuse del falso “pentito” Pellegriti, smascherato da Falcone), bloccato dall’assassinio di Falcone, fu processato dopo le accuse di Buscetta: consequenziale e formidabile “architettura”.
Che sia questa, questa di Ciancimino e non quella di Buscetta e di Violante, la verità di cui ha sete l’opinione pubblica e che, secondo il pm Ingroia, andrà delusa? E per non deluderla, perché non proviamo a verificarla e a scovare “l’architetto” di cui parla Ciancimino?

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