Vernazza, l’apostolo laico che investiva per aiutare i poveri

Un apostolo laico, un creativo della carità, un mistico dotato di formidabile spirito pratico: così viene definito il notaio Ettore Vernazza, nato presumibilmente nel 1470 e morto nel 1524, grande discepolo di Caterina Fieschi, la santa patrona di Genova, per trent'anni dedita con abnegazione all'assistenza dei malati dell'Ospedale di Pammatone. Il Vernazza, a cui è dedicata l'omonima via di Piccapietra, ne mette in pratica l'insegnamento sul primato assoluto dell'Amore, attraverso opere da lui fondate, come l'«Ospedaletto» per gli Incurabili (colpiti da sifilide o «morbo gallico»), il Lazzaretto della Foce per appestati e lebbrosi, il Movimento del Divino Amore in cui il volontariato si afferma come componente essenziale della società.
La sua figura e il suo impegno multiforme, portato avanti senza sosta tra Genova, Roma e Napoli, rivivono in una sintetica biografia scritta da Padre Cassiano da Langasco (1909-1998), fondatore del Museo dei Beni Culturali Cappuccini: già pubblicata nel 1992, esce ora in ristampa (De Ferrari editore) con il titolo «Ettore Vernazza. Un grande umanista». Un testo storicamente ben documentato - anche grazie alla lettera biografica lasciata dalla figlia Tommasina, monaca di clausura - benché la morte eroica del Vernazza nel servizio agli appestati ne abbia fatto finire i resti nella fossa comune e comportato la dispersione dell'archivio.
La riedizione si propone di far conoscere meglio l'attualità del suo esempio (i più alti ideali cristiani tradotti in opere attraverso il volontariato) e di accelerare il processo di beatificazione, in atto dal 2005, offrendo a credenti e non credenti spunti per riflettere su una personalità capace di assoluta coerenza tra valori e vita quotidiana ma anche sullo spaccato storico che emerge dal libro, la società tra Quattrocento e Cinquecento vista dalla parte degli ultimi e delle loro sofferenze. Dalle monache povere alle «convertite» (le prostitute desiderose di cambiare vita), dai bambini abbandonati (i «putti» e «le fanciulle») ai «poveri vergognosi» (persone decadute, che nascondono la propria miseria senza osare chiedere aiuto) fino ai carcerati, ai condannati a morte e alle vittime della pirateria: il notaio Vernazza sa individuare le necessità più urgenti di un'epoca lacerata da crudeli contraddizioni, per affrontarle in modo efficace e lungimirante attraverso opere di solidarietà e beneficenza cittadina, usando con accortezza le proprie conoscenze giuridiche e finanziarie in modo da garantire i fondi necessari attraverso lo strumento del moltiplico. Le somme appositamente depositate presso il Banco di San Giorgio forniscono infatti proventi che servono a coprire le spese per la realizzazione delle opere ma anche a raddoppiare il capitale nel tempo.
Il suo pensiero politico, in una Genova dilaniata dalle lotte intestine? La pace tra le fazioni, perché la discordia è causa di tutti i mali. Vuole la città bella e prospera, con istituzioni di eccellenza, il restauro di San Lorenzo, il potenziamento del porto. Il suo umanesimo? Porre l'uomo al centro dell'attenzione, per liberarlo da malattia e indigenza, e favorirne la crescita. Aprire la cultura al popolo, offrendo anche ai poveri il meglio in fatto di scuole, docenti e preparazione alla vita. Nelle sue disposizioni del 1512 esorta infatti i Padri dell'Ufficio di San Giorgio, custodi dei fondi da lui lasciati, a «studiare et operare» instancabilmente perché «la città sia sempre tranquilla, in buona pace e prospera in pecunia».
Cassiano Carpaneto da Langasco «Ettore Vernazza. Un grande umanista», De Ferrari Editore, Genova 2007, pagg. 132, Euro 14,00.