Il vero lusso? Il ristorante a casa

Addio surgelati. Addio cene preparate «con quel che c'è in frigorifero». Ma soprattutto addio al peso che ti porti addosso certe giornate, fino a sera. Quando torni a casa, vorresti sprofondare sul divano e capisci che sull'ultimo fronte quello dei fornelli non hai neppure un avamposto. Pane secco, verdure appassite e la misera scelta fra una pasta col tonno e due uova al tegamino. Una volta avresti armeggiato, in vista della battaglia finale del dopo tramonto. Oggi, no, deponi le armi, i tuoi coltelli e fardelli, e vinci.

Il premio ha i nomi di tutte le app che consegnano il cibo a domicilio, il cosiddetto «food delivery», nome anglosassone per una abitudine da single newyorkese. Che però, importata in Italia, ha tutto un altro sapore (con, in più, l'impagabile conseguenza di promuovere l'armonia in famiglia). A ben guardare c'è tutto. Dal Taboulè libanese allo gnocco fritto. Dal pollo Tandoori alle classiche pizze. Dal sushi al riso con le mandorle cinese alle polpette vegane. Il prezzo del servizio varia da un minimo di 1 euro a un massimo di sei. Ma, come si suol dire, certe coccole non hanno prezzo. E ora che queste app fioccano numerose - Deliveroo, Foodora, Just Eat, UberEats -, ora che il campanello squilla e ti par di vedere il maggiordomo Ambrogio con il suo vassoio di cioccolatini, ora che la cena è servita senza fatica, ogni priorità è ristabilita. E il divano si piazza in pole position.

Onore a chi ha inventato il servizio. E dobbiamo essere in molti a pensarla così se il business del Food delivery è tanto florido. Pare che il giro di affari mondiale sia attorno ai 93 miliardi di dollari e che dovrebbe crescere di oltre 11 miliardi nei prossimi 3 anni.

Non è più nemmeno un'esclusiva da grande città: Just Eat, ad esempio, si trova a Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Ferrara, Genova, Padova, Parma e Palermo.

Oltre alle cene a domicilio, sono ricercati anche gli chef che cucinano in casa per permetterci di affrontare (e superare) le serate con gli amici. Fra tutti, le Cesarine, specializzate in menù regionali e ricette di piatti dimenticati. Per chi, invece, vorrebbe cimentarsi ai fornelli ma non ha il tempo di fare la spesa, c'è «Fanceat»: chi vive a Torino riceve gli ingredienti in giornata, pesci sfilettati, patate già sbucciate, il tutto corredato di istruzioni, foto e video per realizzare i piatti in meno di mezz'ora. Così è, il futuro è già qui. Non c'è dubbio: un avvenire molto comodo.

Commenti
Ritratto di aleone059

aleone059

Lun, 24/04/2017 - 09:02

Che bello!! come è moderno!!! tranne quelli che ti portano a casa il cibo del ristorante (ma che gusto c'è???) e che mi auguro paghino le tasse e mettano in regola i fattorini (dubito), il resto della famosa sharing economy è solo una truffa. Una concorrenza sleale ed abusiva agli operatori professionali (tassisti, ristoratori, albergatori) che vengono fatti passare per ladri mentre invece danno lavoro regolare, rispettano le norme e pagano le tasse, con questi progetti di sfascio economico del ceto medio e dell'economia del nostro Paese. queste startup sono tutte in perdita, ma sono pagate solo per distruggere il lavoro onesto, sveglia voi che vi sentite moderni perchè siete Social e sharing...complici di chi vi sta rovinando.