Il vero "nemico"? È l’operaio polacco non il padrone

Non c’è più spazio per la lotta di classe o le resistenze corporative se altrove si lavora di più e si guadagna meno

L’idea che i conflitti tra proletariato e capitale, tanto cari ai marxisti, stessero per lasciare il posto a inedite tensioni territoriali aveva già trovato espressione nelle battaglie d’ispirazione localista. Verso la fine degli anni Ottanta, l’avvento della Lega quale soggetto politico nazionale ha risposto proprio a questa logica, portando molti operai veneti o lombardi a combattere «Roma ladrona» assai più che i «padroni».

I contrasti tra centro e periferia hanno spostato le tensioni dal piano dell’economia a quello della politica, dato che una parte rilevante dei lavoratori ha compreso come la loro busta paga fosse dimezzata dal prelievo statale. È emerso con chiarezza, insomma, come il dipendente settentrionale - fosse anche di nascita calabrese - sia costretto a lavorare per buona parte dell’anno solo per tenere in vita quell’esercito di impiegati pubblici, concentrato in prevalenza nelle regioni centro-meridionali, che è all’origine della voragine del debito.
Ora, però, la situazione sta assumendo caratteri ancora diversi. Se in passato le difficoltà delle aziende erano addebitate a uno Stato inefficiente, si va prendendo atto che numerosi stabilimenti chiudono o rischiano di farlo a causa di processi di trasformazione di vasta portata. Pomigliano, Termini e le altre fabbriche del gruppo Fiat sono in discussione perché ormai quella torinese è un’azienda che investe in Serbia come in Polonia, in Asia come in America latina. E agli occhi di molti stavolta il nemico non è più l’imprenditore e neppure il «lazzarone» parastatale, ma l’operaio polacco, cinese o indiano.
Non si deve però creder che si sia di fronte a una trasformazione di quel conflitto di classe che ancora domina l’immaginario di tanto sindacalismo nostrano.

Sebbene vi sia qualche populista che pesca nel torbido e prova a suggerire fallimentari ipotesi protezionistiche, è chiaro che non sarebbe ammissibile (né sotto il profilo etico, né sotto quello economico) mettere sul banco degli imputati quanti - a Nanchino o a Mumbai - cercano di lasciarsi alle spalle millenni di miseria. Di per sé il loro sviluppo non ci danneggia, né vanno condannati quei molti capitani coraggiosi che delocalizzano per cogliere opportunità nuove.
Più semplicemente, con l’apertura dei mercati internazionali si è intensificata la concorrenza tra aziende e anche tra sistemi. Questo porta con sé vantaggi (la possibilità di acquistare telefonini o vestiti a pochi euro, ad esempio), ma costringe anche a essere davvero competitivi. Quando economie che in passato erano chiuse su se stesse s’integrano e s’interconnettono, ne deriva una nuova divisione del lavoro e un ampio rimescolamento delle carte.
In questo senso, le recenti dichiarazioni di Sergio Marchionne, che tanto hanno scandalizzato i sindacalisti nostrani, hanno due meriti fondamentali: evidenziano come la Fiat attuale sia assai più interessata a ottenere profitti di mercato che non aiuti pubblici; e al tempo stesso ricordano che ognuno deve vivere del proprio lavoro, così che solo accrescendo la produttività si potrà avere un futuro.
Nell’economia internazionale che caratterizza questo inizio del terzo millennio, non c’è più spazio per i privilegi concessi a questo o quel settore improduttivo: privato o parastatale. Ed è da qui che qui proviene l’esigenza di favorire le imprese riducendo gli oneri fiscali e creando un contesto migliore entro cui possano operare: un risultato che si può ottenere solo grazie a un massiccio programma di privatizzazioni e liberalizzazioni.

Le resistenze variamente corporative e sindacali restano forti. Nonostante il futuro dell’Italia sia seriamente minacciato dalla crisi dei bilanci pubblici che già ha azzoppato la Grecia, da più parti si continua a difendere un mercato del lavoro tanto rigido quanto inadeguato. Perché il processo d’integrazione dell’economia italiana in quella globale proceda al meglio, è invece indispensabile che la scelta d’investire da noi si riveli un affare e che quindi la fiscalità, la regolazione e i contratti di lavoro siano adeguati alla nostra realtà.
Chi continua a proteggere schemi vetusti basati sulla lotta di classe e addita nell’imprenditore il nemico da combattere, o è uno stupido o è in mala fede.