Ma il vero problema sta in famiglia

di Vera Slepoj

L’Inghilterra travagliata dalle problematiche del suo tessuto sociale che cresce - bambini e adolescenti che prendono in mano il Paese e lo tengono metaforicamente in ostaggio attraverso la violenza e i comportamenti antisociali - decide di non esporre e rendere pubbliche le graduatorie delle competizioni sportive, decisione pedagogica tardiva, ma nello stesso tempo disperato bisogno di tentare di arginare un problema ampio e non marginale. La riflessione riguarda due aspetti: perché un paese si trova ostaggio dei suoi adolescenti e quando e come la competizione si trasforma in processi relazionali aggressivi, violenti e diseducativi.
Ed è così che lo sport e la competizione diventano il luogo di battaglia, l'ossessione dell'identità, il contenitore del consenso, il paradigma dell'appartenenza, dove la vita e valori che amiamo del passato non passano più perché i comportamenti mediatici, ma anche affettivi, sono diversi, contraddittori e, di conseguenza, per chi cresce tutto diventa violento. L'Inghilterra decide un'azione difensiva, di urgenza e, come per noi italiani che su questo forse apparteniamo ad una cultura unilaterale, quella dell'urgenza, sintomo dell'incapacità di questo nostro tempo di ragionare, riflettere, pensare e riorganizzare. Un tessuto sociale malato non lo curi con le azioni, ma con una strategia coerente e totale, allargata e partecipativa, che in sintesi significa che un Paese nei tempi dell'omologazione inevitabile deve guardare ciò che veicola, riorganizzare le regole, l'etica, la morale e rieducare la sua gente, i suoi cittadini a riamare se stessi, il proprio Paese dentro un'idea di famiglia più pedagogica e meno individualista ed egocentrica e allora lo sport e le altre azioni collettive ritorneranno ad essere il luogo dove si impara a vincere e a perdere come nella vita.
La violenza non è una declinazione del nostro modo di essere, è il risultato di un processo che riguarda come un bambino cresce, il contesto sociale e familiare in cui vive, gli strumenti che vengono dati per affrontare il mondo esterno e infine il mondo della comunicazione che modelli propone, visto che infanzia e adolescenza si costruiscono anche dal consenso e dal gradimento che ricevono dall'esterno. Uno Stato, un Paese, una Città, sono analoghi ad una famiglia: ruoli, responsabilità, indicatori, messaggi che educano o diseducano, che ci piaccia o no si diventa violenti se la violenza viene mostrata, agita, proposta, evocata, ma anche se non viene delegittimata e soprattutto se non ci sono indicatori alternativi che diventano strumento sostenibile per chi sta crescendo.
In altri termini la violenza è la via più semplice per dominare gli eventi, per difendersi dagli eventi, per ridurre la paura, l'ansia e l'angoscia, per un antagonismo sottile e, quasi inconsciamente, bambini e adolescenti maturano involontariamente verso gli adulti, oramai privi di progetti, tutela, amore e interesse reale per loro. Un bambino cresce vedendo il mondo che lo circonda, ascoltando le parole, guardando i gesti di chi ama sopra ogni cosa, ma se cresce solo, tra videogiochi, televisione, internet e i rumori assordanti del silenzio educativo, allora imparerà a fare da solo, si aggrega, si organizza, si costruisce un'idea del mondo propria, ma che è comunque il risultato della perdita di fiducia nell'adulto e di conseguenza delle leggi, delle istituzioni.