La versione di Amanda: «Io picchiata e offesa»

Arriva in aula vestita di bianco, ma non è una colomba di pace. Amanda Knox deve uscire in qualche modo dal labirinto delle confessioni, ritrattazioni, calunnie sulla morte di Meredith. E allora la ragazza americana, che rischia una condanna pesantissima per il delitto di Perugia, gioca pesante puntando il dito contro la polizia e il pubblico ministero: «Tutto ciò che ho detto l’ho fatto perché messa sotto pressione: le dichiarazioni sono state prese contro la mia volontà. Ho detto ciò che ha suggerito il Pm». Di più: «La polizia mi ha picchiato due volte per farmi dire un nome che però io non potevo dire, perché non sapevo».
Le botte. Le urla. Lo spaesamento. L’apparato investigativo che vuole inchiodare per forza un colpevole, ormai è un classico che si ripete e diffonde da una città all’altra, da un processo all’altro. Qualcosa del genere era già emerso con i romeni accusati dello stupro alla Caffarella. Ora lo schema si ripete, preceduto, va detto, da una robusta campagna stampa ad alzo zero dei media americani contro il Pm Giuliano Mignini. Il commentatore della Cbs Peter Van Sant ha introdotto il suo servizio su Perugia con queste parole pesantissime: «Non appena avrete finito di seguire il programma vi verrà voglia di mandare l’Ottantaduesima divisione aerotrasportata in Italia per tirare fuori la ragazza dalla prigione». E il premio Pulitzer Timothy Egan è andato giù pesante sul New York Times sotto un titolo eloquente: «Un’innocente all’estero».
In questo clima, Amanda prende la parola per la prima volta dopo il rinvio a giudizio. E subito contrattacca, addebitando tutto quel che ha detto e fatto a magistratura e forze dell’ordine: si torna alla notte fra il 5 e il 6 novembre 2007, pochi giorni dopo il delitto. Amanda è in questura e lì fa il nome di Patrick Lumumba, il musicista congolese che in realtà con questa storia non c’entra niente. Perché Amanda ha messo la polizia su una falsa pista?
Lei parte dallo scambio di sms con Patrick: «Quando ha visto il messaggio sul mio cellulare, la polizia è diventata molto dura con me. Per ore, ore, mi hanno chiamato stupida bugiarda e mi dicevano che stavo cercando di proteggere qualcuno. Mi hanno picchiato due volte per farmi dire un nome che però io non potevo dire, perché non sapevo». Che vuol dire picchiata? «Una poliziotta a pugno chiuso mi ha battuto sulla nuca due volte di seguito». E mima il gesto.
È andata davvero così? «Io continuavo a ripetere che non c’entravo nulla con l’omicidio e che ero restata tutta la sera a casa di Raffaele. Loro continuavano a insistere dicendo che avevo lasciato l’appartamento per un certo tempo per vedere qualcuno. Mi continuavano a ripetere di ricordare».
Non se ne esce. La versione di Amanda non sarebbe farina del suo sacco: lei seguì i «suggerimenti» del Pm e le urla della polizia. «In carcere - conclude - sono stata male perché mi rendevo conto che Lumumba era in cella per colpa mia, anche se non aveva nulla a che fare con questa storia».
Pronuncia qualche frase in inglese, Amanda. Poi vira verso l’italiano, padroneggiato discretamente, e descrive il feeling che era scattato con Raffaele: «Io mi sentivo subito in intimità con Raffaele. Mi confidavo con lui». Raffaele Sollecito ascolta e invia bigliettini ai suoi avvocati. In uno di questi scrive: «È vero, è stato amore a prima vista». Il suo avvocato Luca Maori è più pratico: «È stato un ottimo interrogatorio». E l’altro legale, Giulia Bongiorno, rincara la dose: «Considero l’interrogatorio di Amanda un documento della sua innocenza». Oggi la ragazza di Seattle andrà avanti, ma ad ascoltarla ci sarà anche il Pm Mignini.