"Vi racconto come si fabbrica uno scrittore di successo"

&quot;Non sono mai voluto andare da Daria Bignardi, evito accuratamente i posti giusti, non sono mai andato al premio Strega, non sarò mai un amico della Domenica, ma se non faccio parte della società letteraria c’è anche un motivo stronzo: mi tengo alla larga dei morti&quot;<br />

Io, facciamo ad esempio, lavoro alla Mondadori di Roma, in via Sicilia, dove - due piani sotto al mio ufficio - c’è la redazione di Nuovi Argomenti. Questa, per capirci, è la fornace da dove vengono fuori i grandi successi editoriali. Da qui è venuto fuori Roberto Saviano. Dall’angusta stanzuccia ricavata nel sotterraneo - di questo si tratta - è sbucato Alessandro Piperno con Le peggiori intenzioni. E perfino Paolo Giordano, l’autore de La solitudine dei numeri primi deve venire da lì, non ricordo bene, ma ad ogni modo è stato avvistato dalla combriccola. Nella rivista che fu il peccato d’orgoglio di Alberto Moravia e che ancora oggi è appannaggio di Van Straten, l’elegante guru messo nel Cda della Rai, fino a qualche giorno fa ci ha lavorato Mario Desiati, oggi direttore editoriale della più glamourosa casa editrice, la Fandango.

Io, facciamo ad esempio, li conosco tutti e di alcuni tra loro sono amico. Non posso vantare certo familiarità con i loro vegliardi padrini, né Van Straten, né tanto meno Goffredo Fofi, anzi, sono sicuro che dall’alto della loro morale non apprezzano il fatto che i ragazzi possano incontrarsi con me per le scale ma io, facciamo ad esempio, bene o male ci vivo a latere con questa fabbrica del successo. Ho perfino pubblicato romanzi, due, con Mondadori, ho perfino fatto buone e buonissime vendite ma di una cosa sono certo: sebbene sia a tutti gli effetti uno «scrittore», pubblico infatti i miei romanzi nella collana Sis (scrittori italiani e stranieri), non appartengo alla celebrata società letteraria. Io, facciamo ad esempio, ho di mio un difetto: sono un impresentabile. Perfino il comune di Roma, pur amministrato dalla «canea de destra», dovendo dimostrare di saper stare a tavola non mi invita in una qualsiasi casa della letteratura o delle lettere o telegrammi che dir si voglia. Non c’è mai una Mantova, un Fabio Fazio, una libreria a Gaeta o un patronage per me e quando Antonio Scurati, vero guerriero, m’invitò a Milano a un incontro di scrittori, ebbe a fronteggiare i latrati dei cosiddetti critici: quattro citrulli che grondano sussiego e conformismo dalle cosiddette pagine culturali. Dio ce ne scampi dalle pagine culturali: si legge di letteratura con la stessa passione con cui i concessionari Fiat parlano di una Duna. Beata questa pagina da dove mi state leggendo perché è fatta da impresentabili tali e quali a me, nessuno si osi di cogliermi in contraddizione perché il dogma è dogma: la cultura è quella degli altri. Qui, per dirla al modo del Selvaggio (la rivista di Maccari e Longanesi) «è obbligatorio sputare».

Certo, io, facciamo ad esempio, non sono mai voluto andare da Daria Bignardi, evito accuratamente i posti giusti, non sono mai andato al premio Strega, non sarò mai un amico della Domenica, ma se non faccio parte della società letteraria c’è anche un motivo stronzo: mi tengo alla larga dei morti. Prendiamo ancora ad esempio Scurati: è formidabile quando scrive i suoi pezzi su La Stampa. Formidabile è tutta quella scrittura che si sporca col giornalismo. Non ha senso fare ciripiripì con la scrittura di Alessandro Baricco quando la più potente letteratura contemporanea in Italia la fa Francesco Merlo sui giornali senza il bisogno di scrivere romanzi. Un articolo di Paolo Rumiz sotterra mille pagine di Ascanio Celestini. Un reportage di Peppino Sottile spiega la mafia come mai tutti i Montalbano messi in fila.

Ma c’è il motivo stronzo. Con Desiati, per dire, che non è un morto, scherziamo facendo credere a tutti che nel suo contratto con Fandango abbia messo una clausola: «Gli è concesso prendere un caffè con taluni impresentabili». Nell’elenco, facciamo ad esempio, ci sono io e tanti dolori di stomaco vengono alle mummie dotte quando Desiati, fregandosene, si fa intervistare nientemeno che dal Secolo d’Italia. Io, facciamo ad esempio, che ho avuto le mie esperienze sul campo - con tanto di povero infelice, uno scrittore, fuggito dalla foto del Campiello per non stare accanto a me - l’unica regola certa della fabbrica del successo l’ho individuata nell’appartenenza. Solo chi appartiene al dogma può sperare di guadagnare in visibilità, in chiacchiera e in credito. Nel senso dell’accreditarsi presso chi di dovere. Quando altri più titolati di me, facciamo ad esempio, arrivano per trafficare in Nuovi Argomenti, me li guardo bene. Tutti questi che si sono visti comminati i recenti premi, facciamo ad esempio, il Tiziano Scarpa o le vincitrici del Campiello, quelle che hanno scalzato perfino Carlo Fruttero, ecco: fanno molto glamour. Ecco, magari finirà che finirà tutto questo mondo. Ci si dimentica che il successo smagliante di Andrea Vitali cammina con gambe proprie, è vero che Vitali è sputacchiato dal sussiego di tutte queste pere cotte e, infatti, ci chiediamo: si aprirà mai un dibattito sulle opere sbocciate nel meraviglioso lago?
Pietrangelo Buttafuoco