Vi racconto il Wojtyla segreto un Papa soprannaturale

A tre anni dalla morte, Ratzinger ricorda Giovanni Paolo II, uomo «immerso in Dio». Ecco i momenti più mistici e nascosti della sua vita

Le vesti di Papa Ratzinger e dei cardinali che ieri in una piazza San Pietro inondata di sole hanno concelebrato la messa in suffragio di Giovanni Paolo II nel terzo anniversario della sua morte erano rosse come nel giorno, indimenticabile, dei funerali in mondovisione. Quando il vento scompigliò i paramenti dei porporati e prese a girare le pagine del Vangelo appoggiato sulla cassa squadrata di legno chiaro che conteneva le spoglie di Karol «il grande». C’era il vento e c’era una folla immensa, che alla fine di quel rito, in presenza dei potenti della terra venuti a rendere omaggio al Papa scomparso, gridò il famoso «Santo subito!».
Ieri quella drammaticità e quelle emozioni apparivano stemperate, come trasfigurate. Eppure mai come in questa occasione la santificazione di Wojtyla è riecheggiata nelle parole del suo mite successore: «Bastava osservarlo quando pregava», ha detto Ratzinger di Giovanni Paolo II, «si immergeva letteralmente in Dio e sembrava che tutto il resto in quei momenti gli fosse estraneo». Benedetto XVI ha ricordato la «fede straordinaria» di quest’uomo che con Dio «intratteneva una conversazione intima, singolare e ininterrotta», sottolineando «tra le tante qualità umane e soprannaturali» del suo predecessore «quella di un’eccezionale sensibilità spirituale e mistica».
No, non era la simpatia il segreto. Non erano i mass media, le folle, l’arte del palcoscenico. Non era neppure quel passato da attore nelle cantine di Cracovia. Il segreto era Dio. Immergersi totalmente in Dio. Lo sguardo del testimone torna a un’immagine indimenticabile, che risale al 25 marzo 2000. A Nazaret, nel luogo più essenziale, in quel rosario di miseri buchi scavati nella roccia, dove si trovava l’umile casa di Maria e dove tutto ha avuto inizio, Giovanni Paolo II doveva celebrare la messa. Era una delle tappe fondamentali del suo pellegrinaggio giubilare in Terra santa. Si muoveva già a fatica, poteva fare solo piccoli passi usando il bastone, soffriva. Soffriva visibilmente.
Quella mattina la basilica superiore dell’Annunciazione, gremita di fedeli, lo attendeva. Prima di iniziare la celebrazione, il Papa doveva sostare per qualche minuto in preghiera nella piccola grotta al cui interno una ragazza con il suo «sì» aveva permesso che si attuasse un progetto imprevedibile e imprevisto, un progetto dell’altro mondo, l’incarnazione del Figlio di Dio. Wojtyla arrivò fin dentro la basilica in papamobile. Era in ritardo. Era stanco. A fatica si inginocchiò davanti alla scritta «Hic Verbum caro factum est», qui il Verbo si fece carne. Il tempo trascorreva. Vennero a dirgli che la gente, sopra, aspettava. Lo convinsero, lo aiutarono a rialzarsi. Si girò e fece come per andarsene. Poi non resistette al richiamo di quel luogo. E cadde nuovamente in ginocchio, continuando a pregare. Immerso in Dio.
Un altro piccolo grande racconto su quel viaggio lo appresi dalle labbra del francescano padre Giovanni Battistelli, che nel 2000 era il Custode di Terra santa. «A Gerusalemme Giovanni Paolo II alloggiava presso il Centro Notre Dame. C’era un ascensore per poter raggiungere il secondo piano, dov’era stata preparata la sua stanza e quella del suo segretario particolare, Stanislao Dziwisz». Ma la sera del suo arrivo nella città santa, il 21 marzo, Wojtyla decise di fare diversamente, dopo aver dato un’occhiata all’appartamento. «Disse al suo segretario di andare a dormire al piano terra e volle che nella stanza preparata per don Stanislao fosse invece ospitato il Santissimo sacramento, per poter trascorrere del tempo in meditazione e preghiera, inginocchiato davanti all’ostia consacrata». Già, la preghiera. Ora di suppliche scritte viene quotidianamente inondata la tomba di Papa Wojtyla, che tanti già pregano come «santo». Eppure di biglietti e di suppliche è stata piena l’esistenza di Giovanni Paolo II quando ancora era in questo mondo. Ne riceveva un’infinità. Li faceva mettere dalle suore nell’inginocchiatoio della cappella privata, dove trascorreva ore immerso nel silenzio. Li teneva fisicamente vicini, chiedendo a Dio che quelle preghiere fossero esaudite.
Ieri il suo successore Benedetto, nel commemorarlo, non si è limitato a invocare il suo aiuto dal cielo, ha usato anche espressioni impegnative: «Come accadde a Gesù pure per Giovanni Paolo II alla fine le parole hanno lasciato il posto all’estremo sacrificio, al dono di sé». Di questo dono e sacrificio, Wojtyla aveva parlato nelle sue memorie: «Càpita a volte di sentire qualcuno che difende il potere episcopale inteso come precedenza: sono le pecore, afferma, che devono andare dietro al pastore, e non il pastore dietro alle pecore. Si può essere d’accordo con lui, ma nel senso che il pastore deve andare avanti nel dare la vita per le sue pecore: è lui a dover essere il primo nel sacrificio e nella dedizione». Parole che Wojtyla ha incarnato, non solo in occasione del terribile attentato del 1981, ma anche nella lunga malattia, nell’interminabile Via Crucis, com’è stato evidente al mondo l’ultimo Venerdì Santo, con il Papa ormai devastato dalla sofferenza, ripreso di spalle, aggrappato alla croce. Consegnato alla croce.
Il volto più autentico del globetrotter di Dio, del Papa «combattente», è quello dell’uomo che sapeva far brillare la luce del soprannaturale nelle cose umane, di ogni giorno. Come quella volta che doveva pranzare con un vescovo italiano. Il prelato giunse in ritardo nell’appartamento papale e si scusò con Giovanni Paolo II raccontando di aver incrociato in San Pietro un suo ex sacerdote, divenuto da 17 anni un barbone e di essersi fermato a parlare con lui. Il Papa gli disse di andarlo a cercare e di portarlo a tavola. Il barbone, imbarazzato e impacciato, pranzò con Wojtyla. A fine pasto, il pontefice gli chiese: «Vuoi confessarmi?». Il barbone disse di sì, con l’incredulità e la gioia dipinte sul volto. Dopo quell’incontro, senza che nulla gli venisse chiesto sul suo passato, il barbone tornò a fare il prete. Questo era Karol, l’uomo «immerso in Dio».