Vi spiego perché si rischia lo tsunami federalista

È tempo di fermarsi un attimo, respirare profondamente e ragionare con quella laicità che si addice ad una classe dirigente che voglia per davvero metter mano ad una stagione di riforme che non durino lo spazio di un mattino. Ci riferiamo al cosiddetto federalismo fiscale che nella fretta può diventare una bomba ad orologeria sotto la già fragile e confusa impalcatura del nostro sistema istituzionale.
Innanzitutto una precisazione. La vulgata giornalistica parla di un federalismo fiscale che invece altro non è, grazie a Dio, se non un trasferimento di responsabilità tributarie sui centri periferici di spesa (Regioni, Comuni e Province) che ad oggi producono oltre il 60 per cento della spesa pubblica primaria. Il federalismo è cosa profondamente diversa (per credere consultare l’enciclopedia Treccani) ed è sempre nato per unire ciò che era diviso e non per dividere uno Stato unitario. La nostra, infatti, non è una Repubblica federale come dice lo stesso articolo 1 della Costituzione che nessuno, peraltro, vuole giustamente cambiare. Detto questo, però, è saggio unire sulle spalle di Regioni, Comuni e Province sia la responsabilità della spesa che quella delle entrate relative.
Un’operazione di questo genere è facile a dirsi ma è di gran lunga difficile a farsi. Diventa, infatti, impossibile trasferire parte rilevante della responsabilità fiscale in periferia e con lo stesso provvedimento metter mano ad una riscrittura dell’intero universo del prelievo tributario. Un’operazione contestuale e deflagrante perché innova e modifica ad un tempo i soggetti titolari del prelievo e le forme del prelievo medesimo innescando così uno tsunami di contenzioso interpretativo e finanziario di proporzioni inimmaginabili. D’altronde, basta leggere i dibattiti di queste ultime settimane per rendersene conto.
Le Regioni e i Comuni del Nord sono contenti perché con il federalismo fiscale avrebbero più soldi a disposizione. La stessa cosa dicono le grandi Regioni a statuto speciale, la Sicilia e la Sardegna. Le Regioni e i Comuni dell’Italia centrale sono sulla stessa lunghezza d’onda e gli unici che protestano sono le piccole Regioni sia a statuto speciale (Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige) che quelle a statuto ordinario (Basilicata e Molise) mentre le Regioni meridionali si dichiarano soddisfatte perché garantite dal fondo perequativo.
Diventa allora difficile immaginare che tutti avranno più soldi a disposizione tranne che un milione e mezzo di italiani. Delle due l’una, o qualcuno non riesce a far di conto e dice bugie, o avremo un ulteriore aumento della pressione fiscale. Allorquando il meccanismo dovesse essere avviato senza i chiarimenti necessari diventa poi difficile fermarlo con il rischio di una implosione istituzionale e finanziaria.
La strada da percorrere allora è tutta un’altra. Governo e Parlamento dovrebbero in brevissimo tempo riordinare, semplificando ed accorpando, tutti i prelievi tributari in maniera tale da avere una certezza della quantità e della qualità del gettito complessivo. Contestualmente dovrebbero definire i cosiddetti costi standard per le prestazioni trasferite a Comuni, Province e Regioni (innanzitutto sanità ed istruzione) abbandonando il vecchio criterio della spesa storica. Quando queste due leve dovessero essere chiare e definite diventerebbe facile trasferire parte o il tutto di un’imposta nelle mani delle istituzioni periferiche.
Valga per tutti l’esempio delle imposte che gravano sugli immobili con tutte le polemiche al seguito. Prima vanno riordinate e accorpate (Irpef, Ici sulle seconde case, Tarsu, Tosap, imposte di registro e via dicendo) e poi tutte o parte di esse possono essere trasferite ad esempio ai Comuni, che potrebbero a loro volta aumentarle o ridurle a seconda delle esigenze. Questa linea apparentemente più lunga garantisce però al Paese un processo riformatore prudente, solido e lungimirante. Diversamente faremo un papocchio come ci ricorda quel vecchio adagio secondo cui per la fretta la gatta fece i gattini ciechi.
Geronimo