Viaggio tra gli anti-bulli Classe da 10 in condotta

Un giorno a lezione dai "buoni" della 1° D scientifico di Orzinuovi (Brescia). Il preside: "Nessun regalo, ciascuno merita il voto. Mai visto niente di simile in 38 anni di carriera. Ora, però, temono di essere presi in giro"

Brescia - Classi così non esistono più nemmeno dalle Orsoline e dai Salesiani. Probabilmente non esistono neppure nei sogni più soavi dei nostri professori, quando riescono a prendere sonno. Ventuno alunni, tredici femmine e otto maschi: tutti dieci in condotta. Mai successo, a memoria d'uomo. È il paradiso terrestre di questa negletta scuola italiana, da troppo tempo al centro delle cronache per bullismi alcolici, pestaggi di handicappati e mani nelle mutande delle insegnanti.

Il fenomeno paranormale, con grande clamore di esclamativi e di incredulità popolare, si registra qui, in questo edificio moderno tra i campi, appena fuori Orzinuovi. Per la precisione, è il paese di Cesare Prandelli, all'unanimità considerato il dieci in condotta del calcio italiano. E chissà se è solo una coincidenza.

Istituto statale «Grazio Cossali», 1.050 allievi distribuiti tra liceo scientifico, geometri, ragionieri e professionale. Niente di lunare: come in tutte le scuole della Repubblica, bene e male, buoni e cattivi, saggi e sbalestrati quotidianamente convivono, rinnovando con alterni risultati l'eterna dialettica della specie umana. Per dire la normalità: poco tempo fa, due simpatici signorini si sono beccati dodici giorni di sospensione per aver mimato gesti erotici alle spalle dell'ignaro professore, diffondendo poi su «You Tube» il filmato che tanto li inorgogliva. Pure banali.

Mentre tutto questo avveniva, la prima D dello scientifico costruiva nel silenzio la sua incredibile epopea. Ad accorgersene improvvisamente, qualche giorno fa, lo stesso preside Giancarlo Bertoletti: «Stavo seguendo sul computer l'andamento dello scrutinio. A mano a mano che i professori inserivano i voti, ho cominciato a incuriosirmi. Dieci, dieci, dieci. Arrivato al diciottesimo, ho mollato tutto e mi sono incollato allo schermo, come un tizio che segua le estrazioni del lotto. Diciannovesimo: dieci. Ventesimo: dieci. Ventunesimo: dieci. Tombola, mi sono detto. Ma non è possibile, mi sono detto. Così, sono tornato in consiglio dai professori, per chiedere lumi. Quasi non se n'erano accorti nemmeno loro. Sapevano di avere sottomano una buona classe, ma l’en-plein è nato per caso. Nessuna decisione cumulativa, nessun pietismo per nessuno. I dieci sono tutti singolarmente e pienamente meritati...».

Il professor Bertoletti ha sessant’anni. Da otto è qui, da venti è preside, prima ancora ha insegnato lettere: in totale, trentotto anni di carriera. Mai vista una cosa simile. «Dire che sia un miracolo mi sembra un po’ forte. Ma ci siamo vicini. Anche perché non voglio alimentare il mito di una scuola super. Siamo come tutte le altre. Di questa prima D possiamo solo dire che il rendimento è medio-alto, ma niente di eccelso. C'è qualche caso di fatica in matematica e in latino. Ma sul piano del comportamento, sono veramente belle personcine. Hanno una virtù fondamentale: osservano le regole...».
Come Tommaso, di fronte al prodigio voglio toccare con mano. Preside, gli dico beffardo: l'avete costruita con il bilancino del farmacista, una classe così. Lo ammetta: per farvi pubblicità. Avete selezionato ventuno eroi e martiri, in odore di santità. Vi siete fatti la riserva indiana...

Il professor Bertoletti ride. «Guardi, neppure volendo riusciremmo a tanto. La classe è nata come tutte le altre: voti diversi alle medie, classi sociali diverse, paesi di provenienza diversi. La miscela ha dato questo risultato. Il merito è degli insegnanti, certo. Ma soprattutto delle famiglie: lo dico da sempre, i ragazzi portano a scuola quello che respirano in casa. La scuola può solo completare...».

Sono figli di professionisti, figli di operai, figli di impiegati. Vengono da Orzinuovi e dal circondario. Sono anch’essi come i nostri figli: la generazione dell’apparecchio in bocca, della vita bassa e del telefonino a slitta (chiedo subito scusa se non si chiama così). Il loro segreto? Così giovani e così acerbi, ogni giorno portano in classe il sublime fattore “R”. Erre come rispetto. Spiega uno di loro: «Rispettiamo gli altri perché prima rispettiamo noi stessi». Le due capoclasse, le cugine Marta e Gemma, confessano: «In effetti, tenere l’ordine quando un insegnante esce non è difficile».

Investiti da improvvisa notorietà, i bravi ragazzi della prima D non evidenziano particolari segni di euforia e di autocelebrazione. Hanno una sola preoccupazione: «Non vorremmo che adesso, alle assemblee, i grandi ci prendessero in giro». Il loro professore di matematica, Serafino Bana, conferma l’allarme: «Non credo che reciteranno mai la parte dei perfettini. Se mai, temono il contrario: di essere considerati antipatici e supponenti. In realtà, conducono la loro vita di quattordicenni...».

Vanno in discoteca, si trovano sui muretti, girano con lo scooter. Non è una consorteria di amebe. Il professor Bana li giudica «vivaci e frizzanti». Anche perché, specifica, «per avere il dieci in condotta non basta stare zitti. Serve partecipazione, solidarietà, e anche molta responsabilità. Loro si parlano, discutono. Ma soprattutto si aiutano. In questo sta il pregio del loro dieci. Sì, lo ammetto: una classe così è il sogno di qualunque professore. Un professore non sogna mai una classe di geni, ma di ragazzi che usano la testa».

Riconosciamolo, però: nel magico mondo del bullismo, c’è il serio rischio che questi ragazzini ne escano da insopportabili. Eppure, nell'andazzo generale, evidenziano soltanto atteggiamenti eccentrici. Quando qualcuno è assente, gli altri lo tengono aggiornato. Se entra un estraneo, si alzano in piedi («Come prima del ’68 - spiega il preside -, e lo dice uno che il ’68 l’ha fatto»). Sanno chiedere per favore. Prima di parlare, sollevano la mano. Non lanciano cancellini, non infilano bisce nel cassetto della supplente d'inglese, non fanno volare cartelle dalla finestra...

È chiaro, si sono inguaiati: possono solo peggiorare. Sul domani, sugli anni che verranno, sugli agguati della notorietà, il preside si limita ad allargare paternamente le braccia: «Faccio un semplice augurio: spero che andando avanti si concedano anch’essi qualche sbandata. Serve tutto, nella vita. Ma con moderazione. Se restano tutti dieci fino in quinta, qui nessuno s’indigna».