Il viaggio di De Chirico nell'anima delle cose

Ritrasse solitudine e assurdità dell'esistenza usando manichini, treni, biscotti collocati negli scenari di Torino e Ferrara, le città più metafisiche d'Italia

diNessun dubbio che De Chirico, nato in Grecia, sia un pittore italiano. E, anzi, che sia tra i più significativi e complessi artisti italiani. La sua opera dice molte e diverse cose in epoche e stile diversi. Ma è difficile dare a questa identificazione geografica il nome di un luogo. De Chirico è italiano nello spirito, nella dimensione culturale, nella essenza, ma è impossibile collegarlo a una città: Milano, Roma. Si dirà: per forza, è greco, è nato a Vòlo; ma è una facile scorciatoia.

De Chirico ha una memoria greca, il ricordo delle origini, ma le sue idee si formano e maturano in Italia. Così, per esclusione, ci viene più naturale collegarlo a Torino o a Ferrara, le prime città in cui hanno trovato ispirazione le sue più grandi invenzioni. Città mentali, astratte, geometriche, dove il pensiero si perde lungo interminabili strade, prevalentemente deserte. De Chirico ne interpreta la condizione che chiamerà, con felicissima definizione, tanto da assumere valore retroattivo (si pensi a Piero della Francesca), metafisica. In questa parola c'è tutto. È molto di più che una indicazione cronologica. Una visione, uno stato d'animo, una condizione dello spirito.

In quegli anni di controversa formazione, primo ad aver capito la fine di ogni Impressionismo e di ogni pittura descrittiva, De Chirico scrive: «Mi accorsi che ci sono moltissime cose strane... sconosciute, solitarie, che possono essere tradotte in pittura... rappresentarci tutto come enigma... comprendere l'enigma di cose considerate in genere insignificanti, sentir mistero di certi fenomeni dei sentimenti, dei caratteri di un popolo, immaginare anche i geni creatori come oggetti molto curiosi che possiamo rigirare da tutti i lati. Vivere nel mondo come in un immenso museo di stranezze, pieno di giocattoli bizzarri, variopinti, che cambiano aspetto, che a volte come bambini rompiamo per vedere come sono fatti dentro. E, delusi, ci accorgiamo che sono vuoti».

Dopo le formule del Cubismo e del Futurismo, dopo la ripetizione di modelli riusciti, la Metafisica di De Chirico è l'inizio di una quantità di nuove elaborazioni, sempre diverse. Ogni immagine un sogno. Un sogno dopo l'altro, giorno per giorno, De Chirico è a Parigi. E porta con sé la sua idea di una Italia delle piazze deserte, delle statue nel meriggio, delle muse inquietanti. Parigi è il luogo dove tutto accade, dove sono Picasso e Braque, Modigliani e Soutine, Chagall e Matisse. E De Chirico, solitario e contro tutti, espone al Salon d'Automne L'Énigme d'un après-midi d'automne ( L'enigma di un pomeriggio d'autunno ), L'énigme de l'oracle ( L'enigma dell'oracolo ) e un autoritratto.

Nell'aura della pittura assumono un significato misterioso oggetti comuni, di cui il significato è indecifrabile, anche se all'apparenza sono riconoscibili. La definizione dell'aspetto «metafisico» di cose ordinarie avrà sempre un ruolo centrale nell'opera di De Chirico, fino al periodo neo metafisico del 1968-76. È probabilmente con lui che, con più determinazione che negli artisti d'avanguardia, la pittura si allontana definitivamente dai contenuti religiosi, dai simboli, dalle similitudini.

I quadri di De Chirico iniziano così a popolarsi di oggetti di ogni tipo, talora insensati e insignificanti non diversamente dalla Ruota di bicicletta di Marcel Duchamp del 1913. Nello stesso anno ne Le Rêve Transformé e ne L'Incertitude du poète si vedono giustapposizioni inspiegabili di oggetti disparati: banane, carciofi, uova, libri, frammenti antichi. Sul fondo occhieggiano una locomotiva con il suo fumo e una statua a piedi o a cavallo. Ogni oggetto viene guardato con occhi nuovi, acquista un imprevisto senso. Ciò che era ordinario diventa straordinario. E così sarà nella singolare sequenza di biscotti ( La mort d'un esprit , 1916) e di pampepati e castagnaccio nell' Interno metafisico . E, ancora, nel tripudio di biscotti de La revelation du solitaire (1917).

De Chirico in questi anni è in uno stato di grazia, fra Torino e Ferrara. E immagina statue distese, al centro di piazze, fra portici, mentre, sul fondo, un treno va ( La récompense du divin , 1913). A Ferrara, poi, la visione del castello genera Le Muse inquietanti , manifesto di un movimento individuale. Più che altro, uno stato d'animo nella città del silenzio di D'Annunzio che, per De Chirico, ha una dimensione più arcana (e se ne intende l'affinità con Torino, dai lunghi viali desolati). De Chirico scrive: «L'aspetto di Ferrara, una delle più belle città d'Italia, mi aveva colpito; ma quello che mi colpì soprattutto, e m'ispirò nel lato metafisico nel quale lavoravo allora, erano certi aspetti d'interni ferraresi, certe vetrine, certe botteghe, certe abitazioni, certi quartieri, come l'antico ghetto, ove si trovavano dei dolci e dei biscotti dalle forme oltremodo metafisiche e strane».

È singolare che un pittore greco intenda così intimamente lo spirito di Ferrara, e ne interpreti la sua essenza propriamente metafisica. Difficile sapere se di Ferrara avesse visto gli stalli lignei nelle chiese come nella Certosa, e se avesse studiato gli spazi prospettici e le geometrie architettoniche di Lorenzo e Cristoforo da Lendinara. Fatto sta che quegli spazi mentali, prima ancora che fisici, rivivono. E De Chirico è consapevole di aver creato un gusto nuovo su pensieri antichi.

Nel bel libro di Ezio Gribaudo e Giorgio De Chirico, Memorie ritrovate , si hanno conferme e si leggono cose nuove. Torino, con il passaggio di Nietzsche, si iscrive nel mito. «Colui che per primo scoprì l'ermetica bellezza di Torino, fu un poeta-filosofo tedesco di origine polacca: Friedrich Wilhelm Nietzsche. È stato Nietzsche che per primo indovinò l'enigma di quelle vie diritte, affiancate da case rette da portici, sotto i quali anche con tempo di pioggia si può passeggiare tranquillamente con i propri amici, discutendo di arte, di filosofia, di poesia».

La fantasia, la tensione della ricerca, i tanti capolavori di questo periodo, si restringono in una definizione estremamente semplificata, quasi semplicistica. De Chirico ha un culto per la memoria, ma rifugge da complicazioni iconografiche che vadano oltre la madaleine di Proust. Anche l'enigma e il pensiero più arcano possono essere ricondotti alla quotidianità, alla normalità, dove trova spazio anche l'assurdo. Le piazze italiane sono spazi teatrali dove recitano le statue, destandosi da un sonno non più senza fine: «Allora tutto il popolo e le statue in marmo o in bronzo, i grandi uomini che durante tutto l'anno stanno immobili sopra i loro zoccoli, bassi, in mezzo al viavai continuo dei veicoli e dei pedoni, scendono penosamente dai loro piedistalli, e dopo essersi distesi le membra s'incamminano prudentemente verso la famosa piazza Castello, in cui hanno luogo i loro misteriosi conciliaboli. Vi si radunano per cantare in coro, sotto il cielo purissimo dell'autunno, l'ineffabile inno della fedeltà eterna e della eterna amicizia».

Così la pittura metafisica accompagna i giorni di De Chirico, in un lungo tempo immemore.

press@vittoriosgarbi.it

@StampaSgarbi

Commenti

Roberto Casnati

Lun, 23/03/2015 - 08:59

De Chirico: metà fisica e metà soldi rubati!