Viaggio nel Tevere: una nuova sonda per scoprire i fondali

Anna Frangione

Correva l’anno 1782 e l’abate Calandrelli del Collegio romano iniziava le osservazioni sistematiche del Tevere. Dopo più di due secoli c’è ancora molto da scoprire sui suoi fondali. Per la prima volta in Italia, in ambito fluviale, si è sfruttato uno strumento tecnologico molto avanzato, l’ecoscandaglio multifascio (Multibeam). Appositamente per il letto del Tevere, un fiume dal lungo corso, scrigno di storie e reperti archeologici che sorge sul monte Fumaiolo a 1407 metri di altezza, passa per la Toscana e l’Umbria attraversando la capitale e, infine, muore nel Tirreno laziale. I rilievi sono stati progettati da una equipe di docenti delle facoltà di ingegneria e scienze dell’università La Sapienza, diretti da Francesco Mele direttore dell’Ufficio idrografico della Regione Lazio, e finanziati dall’Autorità di Bacino del Fiume Tevere e dalla Regione Lazio. Per tre mesi, da marzo a giugno di quest’anno, è stato analizzato un tratto di 80 chilometri, dalla foce al ponte del Grillo, raccogliendo una banca dati fondamentale, che attende un completo studio interpretativo. «La parte del fondale già analizzata va dalla foce a Ponte Milvio - ha spiegato Francesco Latino Chiocci, professore ordinario di geologia marina presso l’università La Sapienza - Effettueremo un altro campionamento tra sei mesi. Abbiamo a disposizione i dati di base per sapere come sono distribuiti i sedimenti e se possano esserci degli inquinanti». Da anni usata in ambito marino, la tecnologia «multibeam» per scandagliare i fondali dei fiumi è alla prima prova in Italia e negli Stati Uniti è stata usata per il Mississippi.
Il Tevere come il Tamigi. La rinascita del fiume deve essere una priorità. Ne è convinto l’ Assessore all’Ambiente della Regione Lazio Angelo Bonelli, intervenuto alla presentazione dei risultati della ricerca al Circolo Canottieri Aniene. «Servirebbe un provvedimento di legge nazionale per tutelare il Tevere - ha detto Bonelli - per attuare un’opera di pianificazione decennale di depurazione, proprio come si è fatto con il Tamigi e per regalare all’Italia un parco interregionale nel bacino del Tevere».
Sommersi a circa 10 metri di profondità, ci sono ancora molti reperti che raccontano la storia della Città eterna e dei suoi cambiamenti. A Testaccio, nel punto in cui le mura Aureliane attraversano il fiume, sono stati identificati quattro blocchi. Strutture simili sono conosciute dalla fine dell’Ottocento a nord, nei pressi di ponte Sisto. Probabile quindi che queste facessero parte di un sistema di difesa e di controllo per il passaggio delle imbarcazioni. Sotto l’Aventino, i piloni rilevati potrebbero appartenere al Ponte Sublicio, il più antico ponte di Roma demolito alla fine del Quattrocento per ordine di Papa Sisto IV. Le immagini ad alta risoluzione mostrano la pila occidentale del Pons Neronianus, al di sotto di ponte Vittorio Emanuele II. Ricostruendo la morfologia del letto del Tevere, sono stati individuati anche dei manufatti di forme regolari. In particolare nei pressi di «Capo Due Rami» ci sono due aree con blocchi e colonne. «I blocchi ritrovati sono noti - ha spiegato l’archeologa Pia Federica Chiocci - ma questa tecnologia ci consente di posizionarli esattamente. L’applicazione in un campo come quello archeologico ci dà indizi per la ricostruzione della topografia antica della città. Per acquisire più informazioni sul tipo di materiali dovremo invece usare delle telecamere». Le indagini hanno riguardato per ora solo la zona urbana, ma potrebbero venire fuori nuovi elementi al termine della ricerca.