Viaggio nella palude degli enti inutili Dopo 50 anni ne restano ancora 110

Per la prima volta la Corte dei conti ricostruisce la lunga battaglia. Pratiche aperte per mezzo secolo

Cinquant’anni, migliaia di ricorsi, centinaia di relazioni, decine di governi e una ventina di leggi non sono bastati. Gli enti inutili resistono. Su 842 che in mezzo secolo la politica ha deciso di liquidare, ne restano in vita ancora 110. Dieci anni dopo la decisione di chiuderlo, sopravvive l’ente per le scuole materne della Sardegna. E dopo dodici anni l’ente nazionale per la cellulosa e per la carta. Dichiarati morti, ma non ancora seppelliti. Com’è possibile?
La storia infinita
Per la prima volta, è la Corte dei conti a rispondere. Con un’indagine senza precedenti che ripercorre mezzo secolo di storia. La prima legge sulla soppressione degli enti inutili è del 1956. Ne vengono censiti 600. Il primo cancellato, un anno dopo, è il Consorzio provinciale tra macellai per le carni di Napoli. Seguono gli enti ereditati dal fascismo, dall’Azienda miniere Africa orientale all’Ente colonizzazione Veneto d’Etiopia. Poi qualcosa si complica. «I tempi delle procedure sono molto lunghi», constata la Corte dei conti. Il record (48 anni!) spetta alle Lati, le Linee aeree transcontinentali italiane fondate da Mussolini. Come mai?
Tanto per cominciare, sopprimere un ente inutile non è facile come crearlo. Non basta un tratto di penna. Prima di tutto, bisogna mettersi d’accordo sulla decisione di scioglierlo. E anche organismi che a noi sembrano chiaramente inutili vengono difesi coi denti.
Basti pensare che un mese fa, quando Tommaso Padoa-Schioppa si è presentato in Consiglio dei ministri con una lista di 130 enti da cancellare, ne è uscito con le ossa rotte. Solo per due (Unione italiana tiro a segno e Unione italiana per la lotta all’analfabetismo) è riuscito a ottenere il «via libera». Per gli altri, nulla da fare. Il ministero degli Esteri considera «indispensabile fino al termine dell’attività» l’Agenzia per lo svolgimento dei giochi olimpici. Quello delle Attività produttive non intende privarsi del Fondo bombole di metano. E così via.
Troppe norme
Operazione complessa di per sé, ma resa ancor più ingarbugliata dalla schizofrenia legislativa. Dal 1956, sono diciannove le diverse leggi che hanno modificato le procedure di liquidazione. Ogni nuova norma azzera il lavoro compiuto e fa perdere altro tempo. È la stessa Corte dei conti, con raffinato eufemismo, a parlare di «legislazione dall’andamento altalenante».
La legge del 1956 affida al ministero del Tesoro la scelta degli enti da azzerare. Risultato: in trent’anni ne vengono cancellati solo 58. Nel 2001 si ricomincia da capo: la Finanziaria delega il governo a emanare l’elenco degli enti da sopprimere. Dopo un anno, vista l’aria che tira, si capovolge il meccanismo. Questa volta la Finanziaria delega il governo a emanare l’elenco «degli enti ritenuti indispensabili, con automatica soppressione di quelli non inclusi nell’elenco». Geniale. Peccato che quella delega, nonostante numerose proroghe, non sia mai stata esercitata.
E siamo al 2006. Cambia il governo: altro giro, altra corsa. E altra delega. La Finanziaria dà mandato al governo di procedere «al riordino, alla trasformazione e alla soppressione e messa in liquidazione degli enti...». Tempo concesso: «entro il 30 giugno 2007». Figurati. Il termine scade e non se ne fa niente. E come nel gioco dell’oca, si ritorna alla casella di partenza. Il 13 luglio 2007 il Consiglio dei ministri approva il disegno di legge Santagata sulla «riduzione dei costi della politica». E cosa c’è dentro? Una nuova delega a emanare «entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi diretti a riordinare, trasformare o sopprimere e mettere in liquidazione enti...».
Dunque, riepilogando: cadute nel nulla le deleghe degli ultimi cinque anni, il governo ne chiede un’altra. Ora il disegno di legge dovrà passare le forche caudine parlamentari. Poi, se mai sarà approvato, scatterà il termine per stilare questo benedetto elenco di enti inutili. Sempre che il governo sia ancora in piedi e trovi l’accordo.
I liquidatori
Ma anche quando si trova l’accordo politico per la soppressione, la strada è tutt’altro che breve e in discesa. Bisogna nominare un liquidatore (e pagarlo), censire il patrimonio, recuperare crediti e pagare debiti, vendere le proprietà, sistemare in qualche modo il personale, gestire il contenzioso. Poi, finalmente, si può chiudere la baracca.
Chi chiude gli enti inutili? Nel 1956, si crea uno «speciale ufficio liquidazioni» presso il ministero del Tesoro. Nel 1980 viene trasferito alla Ragioneria dello Stato. Nel 1988 cambia nome, nel 1998 lo cambia ancora e diventa Iged (Ispettorato generale per la liquidazione degli enti disciolti). I risultati non sono soddisfacenti: l’Iged chiude pochi enti e ingrossa sempre più. Nel 2000 raggiunge 224 dipendenti e costa 25,3 milioni di euro all’anno.
Per farla breve: l’Iged è diventato a sua volta un ente inutile e nel 2002 viene sostituito da una società per azioni chiamata Fintecna e controllata dal ministero dell’Economia. Perché cambiare? Perché una società di diritto privato può muoversi con più agilità di un organo pubblico. E quindi chiudere le pratiche più rapidamente. Certo, il servizio offerto dalla Finteca costa 1,5 milioni di euro all’anno, ma ne varrà la pena. Almeno così si crede.
Dati incompleti
Invece le cose vanno diversamente. Neanche la Fintecna ha vita facile. Occorrono due anni e tre mesi (da giugno 2002 a settembre 2004) per stipulare la convenzione con il ministero, atto senza il quale la società non potrebbe iniziare l’attività. Un altro anno (novembre 2005) per approvare le modifiche alla prima convenzione, diventata vecchia prima ancora di essere operativa. Quindi solo nel 2006 (e dopo altre due leggi) la Fintecna muove i primi passi nell’inferno degli enti inutili. E nel 2007 l’Iged chiude i battenti, ancora con 85 dipendenti sul groppone.
Tutto a posto? Macché. Nemmeno dopo questo calvario la Fintecna riesce a entrare in possesso dello stato patrimoniale di tutti gli enti in liquidazione. E quindi non è in grado di esercitare il compito che le è stato affidato. Insomma un inferno. Nella ultima relazione depositata in Parlamento, la società lamenta ancora «vastità di documentazione da trasferire» e «mancanza di rendicontazioni patrimoniali». «Atti incompleti», certifica la Corte dei conti.
Dunque, per tutti questi motivi, la Fintecna inizia a operare effettivamente solo nel 2006, quattro anni dopo la legge che le aveva assegnato la funzione di liquidatore di enti inutili. La Fintecna eredita 148 pratiche ancora aperte. In un anno ne porta a termine 38, «tra cui - scrive la Corte dei conti - enti di un certo rilievo (Gescal, Enpi, Inam, ecc.) i cui provvedimenti di soppressione risalgono agli anni ’70». Dunque a fine 2006 restano in piedi ancora 110 enti «moribondi». Difficile capire quanti debiti e crediti portino addosso. Secondo una prima stima, i debiti sono 208 milioni di euro, i crediti 137 milioni.
Ora il governo promette di chiuderli tutti entro un anno e mezzo.
Scommettiamo?
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it