Viagra e stupri di massa in Libia? Solo balle dei ribelli

La verità, si sa, è la prima vittima di ogni guerra. Ma in Libia forse si esagera. Le panzane e le menzogne usate per delegittimare il regime suonano ormai così sfrontate da imbarazzare persino Amnesty International e Human Rights Watch, due organizzazioni umanitarie da anni in prima fila nel denunciare gli abusi del Colonnello Gheddafi. La storia del Viagra e degli stupri di massa è fin troppo famosa. Da mesi i ribelli di Bengasi non fanno altro che ripeterla a piè sospinto. Incominciano dopo i primi bombardamenti della Nato sulle truppe del raìs ammassate intorno al capoluogo della Cirenaica. Mentre i giornalisti s’aggirano in quell’inferno di corpi e carri carbonizzati dove nulla è stato risparmiato dalle bombe, i portavoce della «Cirenaica libera» esibiscono confezioni miracolosamente intatte di Viagra rinvenute, a dir loro, tra i cadaveri dei soldati. A furia di rotolare la balla finisce con l’affiorare persino dalle labbra di Moreno Ocampo. «Abbiamo informazioni secondo cui in Libia la violenza sessuale viene usata ai danni di chi si oppone al governo» - dichiara il procuratore della Corte Internazionale dell’Onu durante una conferenza stampa in cui accusa il regime di distribuire Viagra ai soldati e usare stupri e violenza di massa contro i suoi nemici. Una tesi ripresa paro paro dal segretario di Stato Usa Hillary Clinton. Una tesi efficace, capace di rievocare gli orrori delle guerre della ex Jugoslavia, ma anche totalmente infondata. Anzi probabilmente inventata.
I primi a farlo capire sono i ricercatori di Amnesty International. Donatella Rovera, una veterana dell’organizzazione spedita per tre mesi ad investigare su possibili abusi in Libia, sostiene di non aver raccolto neanche mezzo riscontro. «Non abbiamo trovato - ammette la Rovera - né una singola prova, né una sola vittima, né un medico che fosse a conoscenza di qualcuno oggetto di uno stupro». Stesso risultato per Liesel Gerntholtz - responsabile di Human Rights Watch per i diritti delle donne, costretta a riconoscere dopo lunghe indagini di non avere in mano alcuna evidenza.
I pochi indizi disponibili sembrano, invece, provare il contrario, ovvero l’esistenza di una montatura creata ad arte dai nemici del Colonnello. Il caso più emblematico è quello di una coppia di soldati governativi di 17 e 21 anni prigionieri a Bengasi. I due davanti alla stampa internazionale - convocata appositamente dai ribelli - confessano di aver stuprato le quattro figlie di una famiglia sotto gli occhi dei genitori. Ma quando la Rovera chiede d’interrogarli separatamente i marmittoni incominciano a contraddirsi. La madre di tutte le montature sugli stupri di massa sembra però il «rapporto» della dottoressa Seham Sergewa, una psicologa di Bengasi che sostiene di aver distribuito 70mila questionari tra la popolazione femminile al confine con la Tunisia e nelle zone controllate dai ribelli. Grazie a 60mila questionari compilati e restituiti la Sergewa sarebbe riuscita a intervistare 140 su un totale di 259 donne disposte a raccontare la storia delle violenze subite. Ma la dottoressa Sergewa, contattata e incontrata da Diana Eltahawy, responsabile di Amnesty per la Libia, sostiene di aver perso ogni contatto con le proprie preziose fonti. Anche la storia del Viagra e degli stupri di massa sembra insomma parte dell’opera di propaganda iniziata a febbraio con la storia degli aerei mandati a mitragliare i dimostranti nelle strade di Tripoli e con le falsissime immagini delle fosse comuni usate per seppellire i rivoltosi. La guerra costruita anche sulle menzogne sarebbe comunque a un passo dal risultato finale. A dar retta all’intelligence statunitense il raìs sarebbe ormai con le spalle al muro e si preparerebbe a lasciare Tripoli. Il tutto mentre i ribelli di Bengasi ammettono per la prima volta d’essere impegnati in una serie di negoziati segreti con una rete di uomini del regime pronta a far cadere il regime. Tutto farebbe pensare al preludio della fine. Sempre che le notizie si rivelino vere.