Da Vianello a Rovazzi così le parole del pop hanno cambiato il nostro dizionario

Paolo Giordano

Oggi un brano come I Watussi di Edoardo Vianello scatenerebbe indignazione per i «negri» altissimi che sanno di razzismo. Se nel 1963 fosse apparso nei negozi un 45 giri con il titolo Vorrei ma non posto (di J-Ax e Fedez) tutti avrebbero pensato a un errore di stampa perché di Facebook e dei «post» non c'era neppure l'inventore. La lingua del pop è una fotografia del nostro tempo e, spesso, mette in contraddizione tempi diversi, quasi fosse una cartina al tornasole del nostro costume. Pensate che cosa accadrebbe se a bruciapelo oggi uscisse un brano intitolato Dio è morto. Già nel 1967, quando Guccini lo scrisse per i Nomadi, tanti si arrabbiarono (la Rai la censurò e invece Paolo VI ne consentì la trasmissione su Radio Vaticana) ma oggi sarebbe un'altra scintilla in un dibattito già feroce. E via di seguito, con una miriade di esempi.

Se fosse stata creata anche per la musica italiana una timeline come quella dell'analista Matt Daniels sul sito polygraph.cool (un'animazione con tutti i singoli di Billboard degli ultimi 60 anni) si comprenderebbe più facilmente quanto il pop e il dizionario italiano siano andati di pari passo, spesso invertendosi i ruoli. A esempio, nel 1980 la casa discografica voleva cambiare il titolo del disco Una giornata uggiosa di Battisti e Mogol perché «uggiosa era una parola che non conosceva nessuno» ma, dopo il successo clamoroso della canzone omonima, da allora è tornata nell'uso quasi comune. E, per spiegare oggi a un teen ager che cosa fosse La leva calcistica della classe '68 di De Gregori, bisognerebbe partire da un istituto ormai abolito, ossia il servizio militare obbligatorio. Per capirci, l'analisi dei testi di musica leggera italiana che, detto per inciso, sono mediamente molto più poetici e letterari di quelli anglosassoni, aiuta a capire come ci siamo evoluti, quali pregiudizi abbiamo superato (l'oggi spregiativo «negri»), quali invece hanno un significato diverso e più complesso (immaginate come sarebbe equivocata Ho visto anche degli zingari felici di Claudio Lolli, 1976) e infine quali sono i neologismi di dirompente uso comune nel 2017, ma totalmente incomprensibili anche solo 20 anni fa. Su questo il rap è decisivo come trait d'union tra il linguaggio giovanile e quello comune a tutti, visto che sdogana anche i genitori il dizionario dei figli. E allora, sul filo diretto che dall'Isola che non c'è di Edoardo Bennato nel 1980 arriva alle recente La penisola che non c'è di Fedez corrono le nuove parole che ricamano i nostri dialoghi. Come i «selfie in casa, selfie al mare, selfie al ristorante» di Tutto molto interessante di Rovazzi (anche solo nel 2000 i selfie non c'erano). Oppure Veleno per Topic dell'inventivo Fedez che richiama i trending topic di Twitter, uno degli tormentoni sociali degli ultimi cinque anni. In sostanza, dimmi cosa canti e ti dirò che lingua parli e in quale tempo vivi. Oggi è quello della sintesi, e non sempre la poesia ci guadagna. Ma, per capire meglio dove stiamo andando, sfogliare il dizionario più aggiornato del pop è uno dei metodi più completi e affidabili.