Il viceministro dell’Economia Pinza: faremo un intervento selettivo. Possibile l’esclusione delle banche, che protestano: «Siamo imprese come le altre» Cuneo fiscale, l’Istat boccia il Professore «Il taglio del costo del lavoro proposto dall’Unione

Le spese per la casa e i prezzi dei generi alimentari falcidiano i redditi

Gian Battista Bozzo

da Roma

Il taglio di cinque punti del cuneo fiscale non potrà avere un impatto efficace, allo stesso tempo, per le imprese e per i lavoratori. «Sarebbe meglio diversificare gli strumenti in funzione degli obiettivi», spiega l’Istat nel suo rapporto annuale, presentato ieri alla Camera. La riduzione del costo del lavoro, fiore all’occhiello della campagna elettorale prodiana, provocherebbe uno choc positivo una tantum per la competitività delle aziende; di contro, osserva l’Istituto di statistica, l’intervento rischia di rivelarsi «un disincentivo all’innovazione e al passaggio a tecnologie più capital intensive; e in assenza di una selezione virtuosa, premierebbe sostanzialmente le imprese meno produttive».
Ancora più chiaro il presidente dell’Istat Luigi Biggeri: «Le misure in discussione sulla riduzione del cuneo - dice - forniscono segnali solo parzialmente coerenti con le esigenze di trasformazione del sistema delle imprese». Si tratta dunque di una soluzione parziale, una boccata d’ossigeno che potrebbe però frenare l’innovazione. L’effetto stimato dall’Istat di un intervento da 10 miliardi di euro (il taglio di 5 punti), tutto a favore delle aziende, è un aumento di redditività pari a 2-3 punti percentuali. Se invece il taglio fosse rivolto anche ai lavoratori «l’impatto sui redditi disponibili delle famiglie sarebbe modesto, senza concentrarsi su quelle in condizioni di disagio, a meno che non si limiti il provvedimento a obiettivi più selezionati», osserva il rapporto dell’Istituto di statistica.
Le osservazioni dell’Istat arrivano proprio alla vigilia dell’assemblea della Confindustria, in cui Luca di Montezemolo dovrebbe presentare all’incasso la cambiale da 10 miliardi firmata da Romano Prodi: il taglio, appunto, del cuneo fiscale-contributivo tutto a favore delle imprese. «L’intervento promesso dal governo - spiega il viceministro dell’Economia Roberto Pinza - dovrà essere selettivo e mirare alla diminuzione del costo del lavoro soprattutto per i redditi bassi». Un taglio generalizzato all’intera platea dei lavoratori, aggiunge, «non avrebbe significato». Parte dunque la caccia all’escluso: le banche, ad esempio, che sospettano di non far parte dei settori interessati al taglio del costo del lavoro, già ricordano di essere «imprese come le altre». Secondo i primi calcoli dell’Isae, il costo lordo del taglio di 5 punti del cuneo fiscale è pari a circa 9,5 miliardi di euro. Tuttavia, osserva il presidente dell’istituto di analisi economica Alberto Majocchi, vi sarebbe un gettito indotto di 3 miliardi, e quindi il costo netto per lo Stato sarebbe pari a 6,5 miliardi di euro l’anno. Comunque, una cifra ragguardevole.
L’Istat, inoltre, ricorda che le imprese italiane sopportano un costo del lavoro per dipendente inferiore, in media, di 9mila euro l’anno rispetto alle aziende francesi e di 14mila euro in meno nei confronti di quelle tedesche. Loda quindi le imprese a controllo pubblico - in Italia ne sono rimaste ben 2.608 - che hanno una buona dimensione, garantiscono retribuzioni e redditività superiori alla media, e producono quasi il 20 per cento dell’intero valore aggiunto. Buoni risultati anche per le 12mila imprese controllate da gruppi stranieri, che hanno raggiunto «un ruolo importante nella diffusione di nuove conoscenze e competenze, non solo di tipo scientifico ma anche di tipo organizzativo e manageriale, nonché di stimolo a una maggiore concorrenzialità dei mercati».
Il lungo capitolo dedicato alle imprese lascia spazio ridotto alla questioni sociali, pur analizzate in profondità dall’Istat. I redditi delle famiglie italiane (29.990 euro in media nel 2003) vengono falcidiati dalle spese per la casa e dall’aumento dei prezzi dei generi alimentari. Le disparità di reddito, concentrate nel Sud, portano le famiglie più povere a disporre di solo 1.670 euro al mese. Il grado di diseguaglianza è, in Italia, piuttosto elevato e un milione e mezzo di persone vive con meno di 780 euro al mese. L’occupazione a tempo determinato e part time resta sempre molto inferiore agli altri Paesi europei più sviluppati.
Tutto questo, conclude l’Istat, concorre a definire «eterogeneo e vulnerabile» il sistema Italia. Per agganciare la ripresa economica mondiale, dice però Biggeri, non servono gli interventi spot ma «misure strutturali».