Vincono Cuarón e Netflix: al Lido pace tra cinema e tv

Miglior film «Roma» del regista messicano prodotto dalla piattaforma streaming. Italia a bocca asciutta

da Venezia

Venezia 75. Dopo la rivoluzione. Cade il muro che divide il cinema sul grande schermo in sala da quello sulle piattaforme nel piccolo schermo del salotto. La Mostra d'Arte Cinematografica sdogana Netflix che conquista il Leone d'Oro con Roma (con decisione unanime della giuria), il meraviglioso e autobiografico film di Alfonso Cuarón che nel 2013 proprio qui al Lido portava Gravity trasformatosi poi nel trionfatore degli Oscar con ben sette statuette. Roma, ambientato nel quartiere natale del regista di Città del Messico che dà il titolo al film, girato in lingua indigena e in uno bianco e nero così incisivo che sembra avere mille sfumature di colore, sarà a disposizione in 190 paesi sulla piattaforma via internet sotto Natale, dal 14 dicembre 2018, e in alcune sale cinematografiche selezionate anche in Italia. Ma gli esercenti, che temono per il loro futuro per colpa di queste piattaforme concorrenti e che nelle settimane scorse hanno protestato contro il direttore della Mostra, Alberto Barbera, per via del grande spazio dato a Netflix con sei titoli presenti al festival, sono già sul piede di guerra e difficilmente accetteranno di proiettarlo. Certo dovremo sempre più abituarci a vedere film preceduti dall'incisivo logo con la N scarlatta sul fondo nero ora che al festival più antico e prestigioso del mondo, al contrario di Cannes che ha chiuso le porte a Netflix, dei tre film in concorso, due hanno vinto un premio. Infatti, oltre al film del regista messicano, peraltro amico fraterno del compaesano presidente della giuria Guillermo del Toro, anche i fratelli Joel & Ethan Coen si sono portati a casa il premio per la migliore sceneggiatura per il loro curioso western in sei episodi dal titolo The Ballad Of Buster Scruggs che vedremo su Netflix entro la fine dell'anno.

L'altra notizia è che nessun italiano è entrato nel palmares del concorso (neanche in quello dell'altra sezione Orizzonti dove era presente Sulla mia pelle di Alessio Cremonini sul caso Cucchi). Probabilmente nulla ha potuto il nostro componente della giuria, il regista Paolo Genovese, per difendere i film di Martone, Minervini e Guadagnino di fronte agli altri giurati come Sylvia Chang, Trine Dyrholm, Nicole Garcia, Malgorzata Szumowska, Taika Waititi, Christoph Waltz, Naomi Watts. Così i premi hanno preso strade molto distanti, sia dal punto di vista estetico che tematico, dalle nostre tre produzioni, Capri-Revolution, What You Gonna Do When The World's On Fire? e Suspiria, con il Gran Premio della Giuria andato a The Favourite del regista greco Yorgos Lanthimos, film in costume che uscirà nelle sale italiane il 14 gennaio 2019 ambientato alla corte della regina Anna, nell'Inghilterra del XVII secolo, con tre protagoniste strepitose come Emma Stone, Rachel Weisz e, appunto, la sovrana interpretata da Olivia Colman che ha ottenuto giustamente anche la Coppa Volpi e ha ringraziato in italiano la giuria. A proposito di attori il riconoscimento maschile è tutto per Willem Dafoe che interpreta con grande adesione il ruolo di Vincent Van Gogh nel film At Eternity's Gate del pittore Julian Schnabel nelle sale il 3 gennaio del prossimo anno.

Curiosamente un altro western atipico, dopo quello firmato dai fratelli Coen, ottiene un premio importante, si tratta di The Sisters Brothers del regista francese Jacques Audiard che si porta a casa il Leone d'Argento per la migliore regia.

Archiviato il caso Netflix e quello dell'Italia rimasta a bocca asciutta ecco che irrompe nella serata di premiazione condotta dal «madrino» Michele Riondino, quello legato alla polemica che ha accompagnato la scelta del festival di selezionare una sola regista presente nel concorso. Così sola che è stata anche l'unica a ricevere un insulto alla fine della proiezione stampa con un blogger che ha urlato, all'apparizione del suo nome: «Vergognati put**na, fai schifo».

Fatto sta che il suo film, The Nightingale, sulla feroce vendetta, nella Tasmania del 1800, di una donna stuprata e con la famiglia trucidata, ha vinto sia il Premio Speciale della Giuria che quello Mastroianni per il migliore attore emergente, l'aborigeno Baykali Ganambarr proveniente dalle isole Elcho, nell'estremo Nord australiano, che nel film interpreta lo schiavo che aiuta la donna nel concludere il suo piano criminale. La regista dal palco ha ringraziato e ha così risposto a tutte le polemiche: «Voglio dire a tutte le donne che desiderano girare film di farlo al più presto!».