Il vino di Monsignore era l’oro di Bobbio

Il vino, oggi tra le bevande di consumo e culto enogastronomico, a Bobbio (cuore di Valtrebbia), dove nei secoli passati i genovesi andavano a rifornirsi, costituiva il prodotto di punta dell'economia agricola locale.
Il vino di Monsignore di Gianluigi Olmi, pubblicato quest'anno dalla Banca di Piacenza con prefazione del presidente Corrado Sforza Fogliani, narra una singolare disputa esplosa nel 1748 a causa di complesse norme doganali protezioniste. Coinvolse osti, Reggenti del Comune, popolani e Gaspare Birago, patrizio milanese nominato Vescovo a Bobbio quando la città dall'Austria passò ai Savoia.
La ricostruzione storica avviene in base ad una memoria di don Antonio Cavalieri, maestro di casa del Vescovo, conservata nella «Cartella Birago» degli Archivi Storici Bobiensi. «La vendemmia del 1747 era stata scarsa e il vino bobbiese prodotto nel podere del Vescovo alla Braida mal si confaceva allo stomaco di Monsignore...». Perciò il Vescovo ne fece acquistare una sessantina di brente (75 litri ogni brenta) nella vicina Mezzano Scotti che apparteneva allo Stato Piacentino, ma a Bobbio vigeva il divieto d'importare vino. Commerciarlo era ritenuto così importante che una Grida del 1575 aveva stabilito pene severissime per il furto d'uva (anche la fustigazione). La lite degli osti, (venditori di vino al minuto), con i Reggenti del Paese (la Comunità), che avevano creato un monopolio legale a vantaggio della propria produzione, finì nel ’700: la Magistrale Sentenza del Tribunale di Milano dà torto agli osti.
«La condanna cozza su un muro di gomma - commenti Olmi -, gli osti non solo non si presentarono alla lettura, ma pure ricusarono di pagare determinando una successiva azione di pignoramento di beni mobili».
Nella lite tra Birago e la Comunità si mescolano invidie, maldicenze e accuse in un crescendo quanto mai attuale: il racconto del Cavalieri fa sapere che «Monsignore, comprato detto vino ne fece introduzione nella Città e Vescovato ma sussurrando i Bobbiesi anzi mormorando che Monsignore ne faceva mercanzia facendolo passare dal Vescovato al Seminario, fecero fare istanze ai Sig.ri Reggenti...». Il sapido spaccato sul passato ci presenta la reazione del Vescovo: «il più forte incentivo ad odiarmi si è perché dall'Altare quanto dal Pulpito non cesso né cesserò mai di declamare contro le loro alterigge, oppressioni di poveri, frodi, prepotenze, usure, malignità e perfidie».
Birago è chiamato in causa anche da un altro autore, Roberto Guarnieri di Corte Brugnatella, che lo definisce rivendicatore di «immunità ecclesiastiche», vecchie di tre secoli, nel suo Dovendo schivare i1 bobbiese passando per Ozzola (2006, edizioni Ponte Gobbo). Vi descrive il viaggio compiuto dal cartografo Matteo Vinzoni nel 1751, per conto della Repubblica di Genova al fine d'individuare una strada per Milano alternativa a Bobbio; motivo della missione il timore che i Savoia chiudessero la via alzando i dazi.
L'interesse oggi, nel seguire tali contese, legate non solo ai generi alimentari e alla sopravvivenza, ma soprattutto alle tasse, sta ancor più nell'individuare le passioni che costruirono quella «Storia». È una lettura che prende avvio dagli studi di Daniel Goleman (Intelligenza emotiva, Esser leader), molto seguiti nelle scuole superiori dagli insegnanti più aggiornati: secondo questo metodo si cercano le emozioni che scatenarono i fatti. I due libri, di Olmi e Guarnieri, pur nell'accurata indagine storica, sembrano scritti in tal modo.
Dei bobbiesi abbiamo conosciuto l'animus impetuoso nella rivolta degli osti che ritroviamo furente anche nella rivolta del 1751 contro le tasse da parte dei Bisagnini (la Val Bisagno convogliava a Genova i transiti dalla pianura lungo Valtrebbia). Ma Guarnieri ne prende spunto per ricordare che i montanari di Valtrebbia, abituati a servire successivi padroni, impararono la ribellione solo nel 1805, quando insorsero contro la coscrizione obbligatoria imposta da Napoleone: «tutt'altra epoca rispetto a mezzo secolo prima... Terra di transito la nostra e di frontiera. Terra di contrabbando, di liggere, di frosatori, quindi di sbirri. Terra di pescatori di frodo e di bracconieri... A Celle in Val d'Aveto veniva ricettata la refurtiva dal Genovesato, a Cerignale il famoso velluto di seta». L'autore cita anche un contrabbando di sale in cui il Vinzoni s'imbatte a Torriglia e riporta dati su quel commercio: «solo nel novembre 1739 per il feudo di Torriglia transitarono 146 tonnellate con 9/10 carovane al giorno di 60/70 muli...».
Nel libro di Olmi dati altrettanto interessanti sulla produzione e il commercio del vino, con un excursus sulla storia della vite nella vallata. Era presente già al tempo di Traiano come attesta la Tavola Alimentaria di Veleia ma, risalendo alla tradizione di San Colombano e dei suoi monaci, furono questi i diffusori della coltura con vitigni importati dalla Gallia. Nell'860 gli estimi del Monastero, per la sola valle di Bobbio, testimoniano una produzione di 197 anfore di vino, più di 5000 litri (l'anfora teneva 26 litri), cui si sommavano 2000 anfore (52mila litri) dal restante patrimonio fondiario, una produzione notevole per l'epoca. Un vasto panorama merceologico riguarda prodotti commercializzati a Bobbio nel ’700 ed è in un raro documento inedito, in appendice al libro, con il titolo «Capitoli del Dazio Grosso».
Sull'animus dei valligiani troviamo anche un commento di Olmi riguardo la cessione di Bobbio da parte di Maria Teresa d'Austria ai Savoia: «il tutto scivolava sulle teste dei bobbiesi che subivano senza darsene ragione e accettando nella totale indifferenza». La storia «maestra» insegna che fu Napoleone a dare lo scossone: abolì feudi e confini, gli Statuti dei tirannici Reggenti Bobbiesi, introdusse il Codice e una moderna esazione d’imposte dirette e indirette.