Violante contro i pm:"È ora di separaregiustizia e spettacolo"

L’ex giudice e ex presidente della Camera: "Basta processi show. È innegabile la propensione dei magistrati a costruirsi un’immagine"

Ricevendomi, Luciano Violante ha l’aria di chi è fuori dalla mischia politica tanto da non ricollegarlo al «piccolo Vishinsky» di cui parlava Cossiga, accostandolo al perfido accusatore dei processi staliniani.
Neanche ti ritorna in mente che puntò per primo il dito contro Andreotti preteso mafioso, né il legame gatto e volpe col pm Caselli o il fatto che, da ex giudice, sia stato il Lord Protettore in Parlamento delle toghe «progressiste».

A vederlo oggi, settantenne, nella suite-ufficio di Montecitorio che gli spetta come ex presidente della Camera, la sua fama di rigido giustizialista sfuma nella nebbia dei tempi. Giocherellone non è neppure adesso, non è il suo genere, ma ha piccole attenzioni - fa delle pause per darmi il tempo degli appunti - e savoir faire. Mi accoglie sulla soglia all’inizio, mi accompagna all’ascensore alla fine. Dà la mano alla prussiana: stretta virile, scatto della testa alla von Kopf, battere di tacchi.

«Osservo senza essere parte in causa», ha detto quando gli ho chiesto se fosse contento per l’uscita di scena del Cav.  È lo stato d’animo che manifesta durante l’intervista. Se anche si chiama fuori, si allena però da riserva della Repubblica. Ha una sua fondazione, «Italia Decide», è nella direzione del Pd, dirige il Forum riforme costituzionali del partito. Ci siamo visti a Roma ma veniva da Milano ed era in partenza per Palermo. Giorni prima era a Grosseto dove ha detto in un convegno ciò che ha attratto la mia curiosità: «La vera separazione delle carriere deve essere quella tra magistrati e giornalisti tra i quali, a volte, ci sono rapporti incestuosi».

Cosa l’ha spinta a denunciare il fenomeno?
«Bisogna separare la Giustizia dallo spettacolo. Il sistema giudiziario non ha compreso che siamo nel secolo della comunicazione e che rischia di rimanerne vittima. Non è un caso se in Usa, Francia, Germania, le tv non entrano nelle aule di giustizia».

Quali intrecci magistrati-media l’hanno colpita?
«È innegabile una propensione dei magistrati a costruirsi una immagine. Questo non va. Ci sono altri magistrati di cui non si sa nulla e che fanno altrettanto bene».

Ci sono giornali più amici delle Procure?
«C’è un blocco informativo che fa del collateralismo giudiziario la propria linea editoriale. Questo non giova». (Non gli chiedo di farmi i nomi dei giornali, non li farebbe. Ovviamente sono il Fatto ecc. Per tutta l’intervista, monsignor Violante seguirà la regola curiale: si dice il peccato non il peccatore).

Magistratura e politici si detestano...
«È così in tutto il mondo ed è logico. L’importante è il rispetto delle regole».

Era considerato il capo del partito delle toghe. Esisteva questo partito e lei ne era davvero il capo?
«Il partito non c’è. Quanto a me, mi sono battuto per la responsabilità civile dei giudici e durante Tangentopoli ho denunciato l’invasività della magistratura nella società e nella politica».

Si moltiplicano le inchieste alla Woodcock, fuori dalla competenza.
«Le norme sulla competenza territoriale sono imprecise e si può sbagliare in buona fede. Auspico al più presto una norma chiara. Un altro punto è però essenziale».

Ossia?
«La Procura deve cominciare l’indagine solo di fronte a una notizia di reato, comunque pervenuta, e non per accertare se il reato c’è. Lo Stato dà ai magistrati enormi poteri sulla libertà, i beni e la reputazione delle persone ma in base solo a presupposti certi. Il magistrato accerta responsabilità, non cerca reati. Questo è compito della polizia che ha, infatti, meno poteri».

Sulle intercettazioni le Procure sono un colabrodo.
«A indagare sulla fuga di notizie deve essere un ufficio diverso da quello in cui è avvenuta. L’autoindagine non funziona. Se la fuga è a Roma, tocca a Perugia. Se a Milano, Brescia, eccetera. Spero provveda questo governo».

Sospensione dei processi ai politici durante la carica, tipo Lodo Alfano?
«Sono contro. Propongo, invece, meccanismi in cui la politica si autocorregga. Partendo dal presupposto che il patrimonio di un politico è la credibilità e che i suoi obblighi superino quelli medi, chiedo degli organismi parlamentari che valutino se comportamenti, sia pure non illeciti, incidano negativamente sulla stimabilità politica dei singoli. Come negli Usa».

Tornerebbe all’ampia immunità parlamentare prevista dalla Costituzione del ’48 e abolita nel ’93?
«Mancano perfino le condizioni per parlarne. Presupporrebbe una fiducia dei cittadini nella politica che non c’è e non ci sarà per un po’».

Separazione delle carriere dei magistrati?
«Sono contrario, oggi sono già molto separate».

Subordinazione gerarchica all’interno delle Procure, per evitare che ogni pm faccia di testa sua?
«Le condizioni perché il capo della Procura possa farsi valere ci sono già. Dipende dalla sua capacità e voglia. Se è a fine carriera, probabilmente non vorrà scontrarsi ogni giorno».

Economicamente, magistrati e parlamentari sono equiparati. Con la crisi, bisogna chiedere sacrifici alle toghe come si fa con i politici?
«Premesso che i parlamentari prendono molto meno rispetto ai magistrati al cui livello sono equiparati, penso che gli stipendi più alti dei togati possano subire tagli».

Gli Ingroia & Co che comiziano alle feste di partito?
«Eviterei di farlo e lo sconsiglio caldamente».

Negli ultimi lustri, nella magistratura è cambiato qualcosa?
«Incapaci in magistratura, ci sono sempre stati. Oggi, però, tutto è più visibile e i vizi emergono con più nettezza».

Per un anno, il Pd si è limitato a dire: «Berlusconi faccia un passo indietro». Non ribolliva di idee.
«L’importante era che Berlusconi lo facesse».

Non l’ha fatto per Bersani ma per l’attacco dei mercati.
«Ma Bersani coglieva il punto. La cultura politica di Berlusconi - o sei con me o sei nemico - non funzionava. Era necessario che facesse un passo indietro per normalizzare i rapporti tra maggioranza e opposizione».

Non risulta che la sinistra facesse capriole per migliorare il clima.
«È la sua versione. Per me, Berlusconi è il primo premier che viene dal mercato, monopolista per giunta, in cui il concorrente deve sparire, e ha introdotto in politica queste regole».

Il Cav ha fatto il passo indietro e Bersani pure. Così la politica è stata commissariata da Monti.
«Penso altro. I partiti hanno capito che ci voleva una maggioranza molto ampia e sapendo di non poterla fare direttamente dopo 17 anni di liti, hanno deciso di stare insieme sostenendo un governo fuori dai partiti. Molto lungimirante».

L’Ue che ci mette in braghe di tela?
«È un grande traino per l’Italia. Ci costringe a essere virtuosi».

Dispiaciuto, essendo fuori dall’agone, di non potersi battere in un momento simile?
«L’ho già fatto e non sono assediato dal protagonismo. Do il mio contributo, non con la lotta politica, ma con la riflessione, offrendo soluzioni e parlando con gli avversari». (Mi guarda con intenzione).

A Violante già in piedi, dico: «Ancora una domanda prima di finire». «Sì?». «Nota una differenza di stile tra lei quando era presidente della Camera e il presidente Fini?». «A questo risponderò la prossima volta», replica. Dicendo tutto.