VIOLENZA ISLAMICA

«Quel che sta accadendo nelle periferie parigine e in altre città della Francia accadrà anche in Italia». Così ha dichiarato Romano Prodi. Il quale però ha aggiunto che alla rivolta si uniranno anche gli italiani più poveri, per le condizioni di «disagio e miseria» in cui si vive nelle nostre periferie.
Le parole del capo dell’Unione sono un esempio perfetto di come si possa partire da un dato oggettivo per arrivare a conclusioni strumentali e artefatte. È vero che anche l’Italia dovrà fare i conti con i problemi di integrazione e di scontentezza di molti extracomunitari, ma di certo non per le condizioni di miseria e di oppressione in cui vivono. Se fossero davvero queste le cause del loro scontento, è sensato pensare che avrebbero tentato una rivolta nei rispettivi Paesi, dai quali sono fuggiti per cercare - trovandole - migliori condizioni di vita e di lavoro.
Non è il generico mondo degli «extracomunitari» a scatenare le rivolte - ora e in futuro, oggi in Francia domani qui - ma una sua componente precisa e ben identificabile, quella islamica. In Europa, infatti, non ci sono state mai ribellioni, né spontanee né organizzate, da parte delle comunità filippine, dell’Est, o del Sud America, assai più numerose di quelle musulmane. Il discrimine è dunque quello religioso: da una parte gli extracomunitari ebrei, cattolici o cristiani, che si integrano più facilmente, pur tra mille difficoltà, nel nostro tessuto sociale; dall’altra le comunità islamiche, riottose a accettare le nostre regole, le nostre usanze, e tendenti invece a imporre regole che garantiscano la loro diversità, se non ancora a tentare di imporla a tutti. È il mondo islamico, del resto, a essere aggressivo verso i diversi e gli infedeli. È in quel mondo che si muovono agitatori di professione, estremisti e terroristi il cui unico scopo è incitare verso la rivolta le masse insoddisfatte. Così fomentate - dopo avere conquistato un benessere e una sicurezza impensabili nei loro Paesi - queste masse tendono a farne un trampolino di lancio verso nuove conquiste, a qualunque costo, piuttosto che un motivo di gratitudine. Francia e Gran Bretagna, Stati ex coloniali e per questo a alta densità di immigrazione, ne sono una prova, per quanto siano aperti a altre culture.
Sbaglia dunque chi crede che concedendo sempre di più ai riottosi (scuole, chador, parificazioni, ecc.) si ottenga il risultato di pacificarli. Caso mai, al contrario, si aumenta la loro forza e la loro capacità disgregatrice. La soluzione sta piuttosto nel mantenere rigide le norme, formate nei secoli, che ci accomunano e selezionare l’immigrazione per Paese di provenienza.
E sbaglia, o mente, Prodi quando sostiene che a ribellarsi saranno anche ampie frange di «poveri» italiani. Se con il gioco delle statistiche è possibile aumentare a piacimento la quantità di connazionali che vivrebbero in miseria, sappiamo che in Italia non ci sono affatto le condizioni capaci di far nascere rivolte per il pane o per la libertà. È piuttosto possibile - come lo fu con il brigatismo rosso - che una minoranza estrema di professionisti dell’anti-Stato, stavolta non politici ma religiosi, riesca a spingere esagitati di ogni genere a atti di teppismo e di delinquenza nascosti sotto la maschera di fraternità, libertà, uguaglianza, mai usata così a sproposito. E sono proprio posizioni come quelle di Prodi, ambigue, a favorire la nascita della violenza interna cui dovremo purtroppo fare fronte, prima o poi.