La virtù di combattere anche le proprie opinioni

Pubblicata da Utet una nuova edizione del «Trattato della tolleranza» di Voltaire

Tolosa, 13 ottobre 1761: dopo aver consumato la cena con il padre, la madre, il fratello Pierre e un amico, il giovane Marc-Antoine Calas si assenta. Verrà trovato poco dopo senza vita, impiccato a una porta del pianterreno vicino al magazzino. Immediatamente si sparge la voce che, in modo diretto o indiretto, la responsabilità della morte del giovane sia da addossare al padre Jean, il quale non avrebbe tollerato l’idea che il figlio stesse per convertirsi dal protestantesimo al cattolicesimo. Jean Calas subirà un duro processo e il 9 marzo del 1762 il tribunale di Tolosa lo condanna a morte: il giorno dopo salirà sul patibolo, morendo a causa dell'atroce supplizio della ruota. Della triste vicenda della famiglia Calas viene informato Voltaire e il grande intellettuale, allora poco meno che settantenne, prende vivamente a cuore la cosa, tanto da farne oggetto di uno scritto che rimarrà tra i suoi più celebri, il Trattato sulla tolleranza, di recente mandato in libreria dalla UTET a cura di Riccardo Fubini e con una Prefazione di Sergio Moravia (pagg. 124, euro 10).
Il pensatore parigino si mise a studiare il fatto, ricavandone la certezza dell’innocenza del povero Jean Calas, caduto vittima dell’intolleranza e del fanatismo, tanto che il 9 marzo del 1765 riesce a ottenerne la riabilitazione. Il Trattato è la testimonianza migliore di quello che Vittorio Mathieu ha definito «il punto fondamentale di tutto l’atteggiamento di Voltaire» e cioè «la lotta contro il fanatismo, causa di buona parte dei mali che affliggono l’umanità». Come spesso gli capita, anche in questo campo egli non mostra una particolare originalità argomentativa (ben altro, sempre a tale riguardo, è lo spessore speculativo delle opere di Locke nei confronti delle quali Voltaire è chiaramente debitore), ma la sua scrittura sprizza intelligenza e il suo stile è straordinariamente accattivante. A scanso di equivoci, va detto subito - cosa che fa anche Sergio Moravia nella Prefazione - che Voltaire non fu ateo e la sua battaglia contro il fanatismo e la superstizione non di rado sembra assumere i toni della missione religiosa. Però è innegabile che, trascinato dalla foga del suo impegno illuministicamente teso a diradare le tenebre di quello che noi oggi chiameremmo fondamentalismo o integralismo, lo scrittore francese finisca col fare di tutta l'erba un fascio, attaccando la religione tout court e non soltanto le sue degenerazioni.
Voltaire credeva in molte delle verità cristiane, per quanto le filtrasse attraverso le lenti di un rigido razionalismo; tuttavia, come opportunamente annota ancora Mathieu, «incapace di sentire il mistero, la profondità della grazia e della Rivelazione, e di vedere nei dogmi altro che un tessuto di assurdità, Voltaire coinvolge nella lotta contro il fanatismo l’intera religione positiva, e il cristianesimo in particolare». Scrivendo a D’Alembert, egli stesso racconta con sincerità con quale animo si sia accinto a comporre il Trattato: «Ci si è molto a lungo chiesti, componendo l’opera, se bisognava attenersi a predicare semplicemente l’indulgenza e la carità, o se invece bisognava non aver paura di ispirare l’indifferenza. Si è concluso unanimemente che si era costretti a dire cose che inducevano, malgrado l’autore, a questa fatale indifferenza, perché non si otterrà mai dagli uomini che siano indulgenti nel fanatismo, e bisogna insegnar loro a disprezzare, guardare anche con orrore le opinioni per le quali combattono. Non si può cessare di essere persecutori senza aver prima cessato di essere assurdi».