Le virtù dell’aspirina

Aspirina? Ma sì, in fondo l’aspirina non è così male. Tremonti aveva liquidato le ricette economiche di Draghi facendo ricorso alla pastiglia Bayer, farmacologia quotidiana per lievi malanni. E il Governatore ieri si è svegliato con l’impressione che, alla fine, quella pastiglia poteva anche essere digerita. Aspirina? E perché no? È vero: cura i banali mal di testa. Ma viene anche usata per prevenire l’infarto.
All’infarto ci siamo andati vicini, forse ci siamo ancora vicini. Ma Mario Draghi non è mai stato un ventinovista, non ha mai coniugato i verbi del catastrofismo economico. Fra la paura e la speranza, ha sempre privilegiato la seconda. Ai collaboratori, anche nei momenti più bui, non ha smesso di confidare la fiducia nelle strutture del capitalismo, nella sua capacità di autocorreggere gli errori e di tirarsi fuori dai guai, di curare i malanni senza far ricorso a trattamenti invasivi, quelli che insieme al morbo rischiano di eliminare pure il paziente. Meglio l’aspirina. Magari pure uno sciroppo.
Qualcuno l’ha chiamato il Papa di Bankitalia, e lui con la sua enciclica annuale fa il verso a un celebre testo di Giovanni Paolo II: macché paura, «aprite la porta alla speranza». Nelle considerazioni finali, infatti, Draghi ribattezza la terribile crisi finanziaria di questi anni con il termine «turbolenza», quasi ad addolcirla un po’ (che c’è oggi? Un po’ di turbolenza. Al massimo bisogna allacciare le cinture di sicurezza, ma l’atterraggio è sicuro). Però poi avverte: attenti non è ancora finita. Testualmente: le «tensioni si stanno allentando», ma «non sono ancora ripristinate le condizioni di normalità».
E invece di normalità abbiamo bisogno. Perché non è normale un Paese con un fisco così opprimente, le spese alte, il sistema pensionistico che non funziona e l’eterno, apparentemente irrisolvibile, problema del Sud. Draghi passa in rassegna i punti chiave della nostra finanza pubblica, a cominciare naturalmente dal suo chiodo fisso, le tasse, che sono troppo alte. E arriva subito una legnata per Prodi e Visco: fra il 2005 e il 2007, nota il Governatore, la pressione fiscale è aumentata di 2,8 punti percentuali. Così le entrate fiscali oggi sono pari al 43,3 per cento del Pil, «appena al di sotto del valore massimo registrato nel 1997, al culmine dello sforzo per soddisfare i criteri di Maastricht». Quasi tre punti sopra la media degli altri Paesi dell’Unione europea. E «il divario rispetto agli Stati Uniti e al Giappone è ancora più grande».
Poco prima di scendere nel salone dell’assemblea, Draghi ripercorreva con i suoi collaboratori i passaggi centrali della relazione e qualcuno di loro commentava con un filo d’ironia: forse quello delle tasse non è proprio un passaggio originale. Originale no, fondamentale sì. Il Governatore ne è convinto e lo ripete: «Per ogni 100 euro di costo del lavoro per l’impresa, il prelievo fiscale e contributivo per un lavoratore tipo senza carichi familiari è pari in Italia a 46 euro. Negli altri Paesi dell’area dell’euro il prelievo è in media pari al 43 per cento del costo del lavoro. Nel Regno Unito al 34, negli Stati Uniti al 30». Reggere alla competizione, in queste condizioni, è come correre i 100 metri alle Olimpiadi con Platinette sulle spalle. Diciamo che non si parte favoriti, ecco.
Ridurre le tasse, dunque. E per farlo bisogna ridurre la spesa. Quanto? Almeno l’1 per cento l’anno, dice Draghi. A partire dalle pensioni. Oggi il 30 per cento dei vitalizi di vecchiaia e anzianità è corrisposto a cittadini con meno di 65 anni. Questo non è un Paese per vecchi. O forse sì. Ma allora bisogna allungare l’età pensionabile e rimuovere gli ostacoli che tengono lontani gli anziani dal lavoro: oggi solo il 19 per cento delle persone tra i 60 e i 64 anni svolge un’attività lavorativa, contro il 33 per cento degli spagnoli e dei tedeschi, il 45 dei britannici, il 60 degli svedesi. Bisogna cancellare subito, dunque, dice il Governatore, gli ultimi impedimenti al cumulo tra lavoro e pensione per «permettere a chi ha accumulato esperienze e conoscenze di continuare, se vuole, a metterle a frutto per se stesso, la propria famiglia, la società».
C’è poi il capitolo dedicato al Sud. Rilevante, corposo, forse il più innovativo. Draghi bacchetta: dopo la fine dell’intervento straordinario, soppresso nel ’92, abbiamo speso più o meno quanto prima, quando l’intervento straordinario c’era. Quasi una Cassa del Mezzogiorno bis, che pesa sugli italiani e dà risultati «inferiori alle attese» (inferiori alle attese, eufemismo: sta per «disastrosi»). E allora? Allora occorre passare dalla «quantità» delle risorse alla «qualità» dei risultati. Che vuol dire, per esempio, non distribuire denari in base alla popolazione, ma in base ai risultati ottenuti. Hai la scuola che funziona meglio? Hai diritto a più fondi. L’ospedale dimezza i tempi di attesa e aumenta le percentuali di guarigioni? Dategli più finanziamenti. Così, anziché l’inefficienza, magari si comincerà a sovvenzionare l’efficienza. Meritocrazia pura, in salsa di peperoncino calabro e salame nduja. Piccante al punto giusto.
Del resto è questo il nocciolo di tutta la «ricetta Draghi». Certo, poi c’è il resto, il ruolo delle banche, Basilea, i prezzi e i meriti della Bce (come a dire: non è sadismo, il suo insistere su tassi alti, è per preservare i consumatori dal rischio di innesco della spirale inflativa). Ma il cuore del suo discorso è quella parola «crescita», con cui chiude le considerazioni e che declina nelle varie forme, almeno una decina di volte in venti pagine. E come si ottiene la crescita? Con il mercato, con la liberalizzazione, con la concorrenza. Testualmente: «Non è difendendo monopoli o protezioni che, alla lunga, si genera ricchezza ma investendo, innovando, rischiando». Né monopoli né protezioni: dedicato a Tremonti?
Per la verità è un intervento molto governativo quello di Draghi. Più o meno esplicitamente, cita come esempi positivi la detassazione degli straordinari, la lotta ai fannulloni di Brunetta e il federalismo fiscale. Riconosce la «stabilità della politica» come elemento fondamentale per rilanciare il Paese. Ma nello stesso tempo ricorda che la soluzione ai guai strutturali dell’Italia è nell’avere più mercato, non meno, più concorrenza, non meno, più liberismo e non scivolate in mezzi statalismi e protezionismi assortiti. Non è un caso se l’unica citazione della relazione è riservata a Luigi Einaudi. Nessun altro. Solo lui, il liberista per eccellenza. Anche le prediche inutili, in fondo, erano poco più di uno sciroppo. Magari un’aspirina.