La visita del giornalista inglese John Amery

Il 27 novembre del 1944 un personaggio importante giungeva a Genova. Protetto da un drappello di ufficiali tedeschi e da discreti agenti in borghese, l'uomo passeggiò nel freddo di una città apatica, sfregiata dalle bombe. Camminò per le strade osservando i pochi passanti, infagottati e frettolosi, che parevano tradire una sola esigenza: quella di sottrarsi a qualcosa di immanente.
Era un bell'uomo, giovane e ben vestito. Pareva un attore. Era inglese ed era veramente un importante personaggio. Figlio di Sir Leopold Stennet Amery, ministro in ripetute occasioni e all' epoca Segretario di Stato per l'India - una delle principali cariche dell'Impero britannico - John era nato nel 1912. Giornalista, produttore cinematografico e noto playboy, il giovane Amery ebbe tre mogli, l'ultima delle quali fu la francese Janine Barde, bella, ricca e convinta seguace del fascismo. Nel 1937 si trovava in Francia per lavoro e fu lì che prese la decisione di varcare il confine, per recarsi nella Spagna incendiata dalla guerra civile. Contrariamente alla folla di colleghi che parteggiavano per Los Rojos, trincerati negli alberghi madrileni e alle prese con il vizio dell'alcool, il giovane Amery imbracciò realmente il fucile, sotto le insegne di Franco, soldato fra i soldati. I suoi articoli aprirono gli occhi a più di un inglese sui veri propositi del comunismo e il suo impegno militare gli valse, in segno di eterna gratitudine, la cittadinanza spagnola. L'esperienza di guerra tramutò definitivamente John Amery in un alfiere del fascismo, visto da lui come il solo sistema in grado di fermare il bolscevismo, di salvare la civiltà cristiana europea, esigenze allora molto sentite da larghi strati dell' opinione pubblica mondiale. Coerentemente con questa visione, il giornalista anglo-spagnolo abbracciò la causa dell'Asse, rompendo i rapporti con la terra natale e creando non pochi imbarazzi al padre, divenuto ministro del governo Churchill. Tra il 1942 e il 1944 John lavorò alla radio tedesca per la propaganda in lingua inglese, pubblicò libri di successo, convinse persino alcuni ex-prigionieri britannici a costituire un'esigua «Legione San Giorgio», che vestirà la divisa nazista.
Ma dal 1944 John Amery si trasferì in Italia, inaugurando un ciclo di trasmissioni dalla radio di Salò, sotto gli auspici dello stesso Mussolini, che lo stimava sinceramente. Scrisse articoli per i giornali, visitò molte città del Nord. Il suo volto apparve in varie riviste, sempre ben vestito, con la moglie e il cane, su uno sfondo di macerie a fare da contrasto. Egli si prestò ad incarnare, per la propaganda, il ruolo di un'Inghilterra diversa, di una fetta di popolazione che non si riconosceva nella guerra contro l'Asse, che anzi la subiva, che anzi si rendeva complice della Russia e succube della potenza Americana.
A Genova, dopo una conferenza stampa presso la Prefettura, il giornalista visitò alcuni stabilimenti posti nella vallata del Bisagno, come le «Officine De Bonis» a Molassana, le «Officine Galante» e l'«Officina Comunale del Gas» in località Gavette. Di fronte agli attoniti operai egli si mise a discutere della classe operaia inglese, del sistema previdenziale italiano, della propaganda americana. Visitò poi la sede del «Corriere Mercantile», dove invitò le maestranze a distinguere tra i ricchi turisti inglesi che visitavano l'Italia prima del conflitto e il popolo britannico, costretto, suo malgrado, a subire la guerra come tutti gli altri. Il giorno 29 novembre parlò a cinquecento dipendenti e alle Commissioni interne dell'«Agip», rivendicando i primati delle politiche sociali in vigore nei paesi dell' Asse e il giorno dopo, l' ultimo della sua permanenza a Genova, tenne un brillante discorso presso il Consorzio Autonomo del Porto, scagliandosi contro la politica angloamericana, contro la devastante strategia dei bombardamenti aerei, contro la Radio britannica. In un'atmosfera irreale, esortò tutti alla resistenza, a confidare nelle «armi segrete» tedesche e concluse con una sincera apologia delle bellezze italiane, delle sue opere d' arte, del suo cielo, del suo mare. Come un qualunque turista inglese.
Nelle sue peregrinazioni italiane, Amery riscosse, se non simpatia, una certa curiosità. Ebbe in extremis un colloquio con il Duce, che gli offrì un posto tra i giornalisti al seguito delle Brigate nere di Pavolini. L'inglese declinò educatamente l' offerta. Il 29 aprile 1945 fu catturato dai partigiani milanesi e chiuso con la bella moglie a San Vittore. Consegnato al capitano britannico A. Wickler, il giornalista fu lungamente interrogato e quindi trasferito al campo di prigionia di Collescipoli, nei pressi di Terni. Il 7 luglio dello stesso anno fu riportato in Inghilterra, in catene e solo, perché della moglie non si seppe più nulla. Pare che la Barde sia morta durante la detenzione.
La London Central Criminal Court lo giudicò con l'accusa di tradimento alla Corona, alla patria e di collaborazionismo col nemico. Socraticamente, John rifiutò di difendersi sfruttando la propria cittadinanza spagnola. Ammise tutto, dichiarandosi colpevole. Le cronache dei vincitori si vantarono della brevità del dibattimento: 8 minuti. Il 19 dicembre 1945 il boia britannico poneva termine alla sua vita, mentre le gazzette riferirono come Amery avesse respinto il conforto del cappellano e come il boia, uomo premuroso, abbia poi telefonato alla famiglia di John, per assicurare che il loro figlio era morto con dignità e coraggio.
Nessuno potrà mai più farci conoscere i suoi ultimi pensieri. Ma non si può escludere che con la mente abbia ancora sfiorato, per l'ultima volta, un bel paesaggio di quell'Italia idealizzata che gli fu fatale.