Vittoria «nucleare» per il Giornale

Non esiste solo una Chernobyl per quel che riguarda i danni ambientali, biologici, economici ed energetici, ma esiste anche una Chernobyl dell'informazione. È questa una delle tesi portata avanti da un recentissimo saggio a cura di Ugo Spezia intitolato: «Chernobyl - 20 anni dopo il disastro» edito dall'Associazione Galileo 2001 - 21mo secolo.
L'autore prende in esame la quantità ma, soprattutto, la qualità dell'informazione comparsa sulle 11 principali testate giornalistiche italiane, analizzando in particolare il periodo a cavallo dell'incidente avvenuto il 26 aprile del 1986 nell'allora Urss (oggi Ucraina). Ad eseguire questa analisi un manipolo di ricercatori, incaricati dall'Enel, a cui è stato affidato l'incarico di valutare l'informazione tecnico-scientifica su un campione di 1300 articoli di stampa. Il criterio adottato per stabilire la bontà e la correttezza delle informazioni è stato quello dell'attribuzione di un giudizio di «correttezza» o «non correttezza» in raffronto alle informazioni ufficiali pubblicate dalle fonti tecniche istituzionali (Enel, Eni, Enea, Enea-Disp, Iss).
Nella stragrande maggioranza dei casi (solo il Giorno è in controtendenza) la stampa ha peggiorato la percentuale di correttezza delle informazioni sul tema Nucleare dopo l'evento Chernobyl. Avvenire, che prima del 1986 si rivelava essere il quotidiano più scrupoloso e attento, ha avuto un netto crollo, passando nelle ultime posizioni, con meno del 60% di correttezza. Se per il Giornale, in testa alla graduatoria, 3 notizie su 4 risultano corrette, per La Repubblica e il Manifesto almeno la metà delle notizie non è scientificamente attendibile. Le informazioni corrette nel post-Chernobyl assommano complessivamente ad appena il 63% del totale (1 notizia su 3 è dunque non corretta!) con una diminuzione di 7 punti percentuali rispetto al campione pre-Cernobyl.
Per quel che riguarda il dato che si riferisce al Manifesto, collocato in entrambi i periodi in coda alla graduatoria, l'autore del saggio commenta così: «Questa posizione, oltre che a problemi reali di attendibilità delle informazioni tecniche veicolate a tale testata, costituisce indubbiamente un indizio dell'esistenza di un'area di dissenso integrale nei confronti delle scelte energetiche del paese», chiedendosi poco dopo quali possano essere le fonti scientifiche assunte dal Manifesto stesso, essendo evidentemente in palese conflitto con le fonti cui si rifanno gli enti istituzionalmente preposti alla gestione della politica energetica del Paese.
Un altro dato significativo messo in luce da questa equipe di esaminatori riguarda la quantità di informazioni ospitata dalle diverse testate. Posto il valore 1 in riferimento alla media complessiva, si è attribuito un valore maggiore o miniore di 1 per ciascun quotidiano a seconda vi fosse, rispettivamente, una marcata presenza di informazione o una scarsa presenza di informazione. I dati evidenziano quanto segue: nel pre-Cernobyl la quantità di informazione presenta una grande dispersione (si passa dal valore 0.5 per il Corriere della Sera al valore 2 per il Giornale), mentre nel post-Chernobyl i dati si compattano intorno alla media (si passa dallo 0.8 sempre del Corriere della Sera all' 1.2 sempre del Giornale). Questo significa che da dopo Cernobyl l'interessamento generale per la tematica Nucleare è sensibilmente aumentato. I valori inerenti le due testate agli antipodi della graduatoria indicano che il Giornale ha ospitato 4 volte più informazioni del Corriere della Sera nel pre Chernobyl, e il 50% di informazioni in più nel dopo Chernobyl.
Ugo Spezia presenta infine uno schietto commento relativo al ruolo giocato dall'informazione pubblica - una «Chernobyl dell'informazione» - nell'avere influenzato le scelte politiche ed energetiche dell'Italia, avanzando a questo proposito diverse ipotesi circa i fattori che possono avere influenzato la stampa nella sua informazione-disiniformazione, ad esempio: l'impreparazione degli organi tecnici nell'affrontare un evento del tutto inaspettato come Chernobyl; la scarsa comunicazione con le autorità competenti sovietiche e, di conseguenza, un azzardare ipotesi su ipotesi spesso rivelatesi a posteriori infondate (ma entrate tuttavia nella mentalità corrente proprio a causa dei «media» che vi diedero voce); e ancora: la tendenza alla politicizzazione dei messaggi informativi nonché una strumentalizzazione dei dati, utilizzati ora in senso allarmistico, ora in senso tranquillizzante, ora pro nucleare (quasi mai) e ora contro il nucleare (nella stragrande maggioranza dei casi).