Viva la generazione precaria

Dalla sicurezza alla libertà: sarà questo il passo decisivo che ci attende. Per sicurezza non intendo quella che ci deve essere assicurata contro la criminalità, con un’immigrazione selvaggia che mina le nostre tradizionali e più elementari regole di convivenza. Questa sicurezza è fondamentale e non può che essere in cima alle iniziative di chi ci governa. Intendevo, invece, parlare di un’altra sicurezza, quella che riguarda l’insieme di garanzie legate al mondo del lavoro, alla tutela dell’impiego. È questa sicurezza che dobbiamo lasciarci alle spalle per guadagnare la libertà.
Prima ancora che un cambiamento di prospettiva economica si tratta di trasformare il modo di guardare al futuro.
Per chi era uscito incolume dai disastri della guerra, il posto fisso era stato una vera e propria scommessa col futuro che, se vinta, avrebbe consentito il benessere per sé e per la propria famiglia. Tutto quel piccolo mondo consumistico fatto di frigoriferi e lavatrici, di televisori e di automobili utilitarie ce lo si assicurava con i «pagherò», con le cambiali, che erano generalmente un privilegio di chi, avendo un posto fisso, poteva avere anche un piccolo credito dalla propria banca. Sembrano ricordi di una vita lontanissima: e forse è vero per i cambiamenti che ci sono stati, non per il tempo che è trascorso.
Oggi, di quel vecchio miraggio del posto fisso è rimasto tutto l’intrigo burocratico sindacale, mentre sono andate perdute la tensione, l’aspirazione a una vita migliore: appunto, la scommessa sul futuro, malinconicamente sostituita da un calcolato opportunismo che non stimola a migliorarsi, ad andare avanti, cercando la libertà, rischiando sempre di nuovo sul futuro.
Il mondo è cambiato in fretta e oggi sta provocando un vero disastro generazionale. I giovani dovrebbero essere, per definizione, quelli più aperti alla sfida del futuro, più disponibili a rischiare. Chi è a contatto con loro non ha difficoltà ad accorgersi che molti sono invece quelli impauriti dall’avvenire, senza sogni da realizzare, senza speranze da esaudire. Troppo illusori gli uni, troppo pericolose le altre. Meglio il rifugio di impiego modesto, purché sicuro. E così si distrugge la parte migliore di un giovane: l’amore per la libertà, una libertà che va cercata anche nella precarietà.
Proprio questa è la parola che terrorizza: le precarietà è vissuta come un’aggressione alla propria identità. Prima ancora di essere un problema di natura economica, l’idea negativa del lavoro precario è il frutto di una mentalità vecchia, che scambia la sicurezza del posto per una garanzia contro le insidie del futuro, che accetta di barattare la libertà per un impiego fisso. È un modo di pensare che lentamente e inesorabilmente ha formato le nuove generazioni, è il modo di pensare del socialismo. Non viviamo forse in un socialismo realizzato? Assistenza sanitaria pubblica, rete di trasporti pubblici, fonti energetiche nazionalizzate, scuole e università di massa statali, sindacato che controlla tutto, due ex sindacalisti a capo della seconda e terza carica dello Stato (la prima ricoperta da un ex comunista), burocrazia elefantiaca. Certamente mi dimentico qualcosa, comunque la qualità dei servizi è sotto i tacchi delle scarpe, mentre il controllo politico è totale.
Come si può non immaginare che in questa visione della società tipica del socialismo moderno non abbia un forte radicamento l’aspirazione all’impiego statale e al posto fisso? Come si può non pensare che in questa realtà socialista si sacrifichi il sentimento della libertà con tanta disinvoltura? Il vero dramma lo stanno vivendo i giovani, che con metodo sono stati dissuasi dal pericoloso amore per la libertà e dal piacere di rischiare sul proprio futuro, che con sottile, tagliente violenza si sono sentiti ridicolizzare dal nichilismo materialista di questo tempo le loro speranze.