Vivarelli: «La giustizia non è uguale per tutti»

«In Italia c’è chi sconta l’intera pena nell’oblio e chi ha trattamenti speciali»

Lorenzo Scandroglio

da Milano

«Viviamo in un paese in cui la giustizia non è uguale per tutti». Sono le parole con cui Roberto Vivarelli - fino ad ottobre 2004 docente di Storia Contemporanea alla Normale di Pisa ed ora professore emerito - commenta la recente scelta del magistrato di sorveglianza di concedere un permesso di lavoro esterno al carcere ad Adriano Sofri. L’ex leader di Lotta continua si occuperà della ricerca e della catalogazione dei fondi Timpanaro e Garin proprio nella biblioteca della Scuola Normale Superiore di Pisa.
Quasi colleghi, si potrebbe azzardare, «anche se adesso non insegno più - precisa lo storico - e non ho responsabilità specifiche ma partecipo alla vita dell’università e sono parte dell’istituzione». Su questa decisione il professor Vivarelli non si pronuncia: «Non conosco i requisiti in base ai quali i condannati godono dei benefici di legge; mi limito a dire che, al di là di Sofri, perché non è solo con lui che ho avuto questa sensazione, la giustizia tratta i reclusi in modi diversi: c’è chi sconta in totale oblio, e in modo pieno, la propria pena, e chi no».
Insomma, senza cadere nella logica vendicativo-giustizialista di Caino e Abele, memori della pietas che costituisce la differenza specifica dell’essere umano, la constatazione di un eretico come Vivarelli, storico di sinistra dai trascorsi «repubblichini» (fu il caso di tanti giovani di allora, da Dario Fo a Mastroianni a scrittori come Giuseppe Berto e Carlo Mazzantini), pesa come un macigno sulla responsabilità di chi amministra la giustizia. Perché, si sa, il caso individuale di Tizio ha un valore su chi è coinvolto in primis (l’artefice del reato, le vittime, i parenti delle vittime), ma ha anche una ricaduta insieme sociale e simbolica, su cui si costruisce il delicato equilibrio di fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Certo, Sofri ha scontato meno della metà della pena inflittagli (22 anni) per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi avvenuto a Milano il 17 maggio 1972 dopo una pesante campagna di diffamazione condotta dalla testata Lotta Continua di cui Sofri era fra le menti pensanti. Arrestato un prima volta nel 1988 con Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani (dopo le rivelazioni di un «pentito» ex membro di Lotta continua, Leonardo Marino), la condanna definitiva per Sofri arrivò dopo una lunga serie di vicende processuali. Sofri si presentò spontaneamente al carcere di Pisa solo nel 1997.
«Se la giustizia prevede questi benefici - conclude Vivarelli - questo varrà per tutti coloro che sono nelle medesime condizioni. Quello che mi lascia perplesso riguarda il metodo con cui si è scelto che Sofri beneficiasse del proprio diritto all’interno della Scuola Normale Superiore di Pisa. Perché la questione deve essere separata in due: c’è la procedura giuridica, su cui non discuto giacché la ignoro, e c’è la procedura in base alla quale si viene assegnati a un determinato compito in una determinata istituzione. Su questa immagino che abbia deciso il direttore della Facoltà. Ma noi docenti non siamo stati informati».