Vivere da clandestini non è un diritto

Il popolo italiano è il più multietnico dei paesi europei, dai vichinghi agli arabi tutte le etnie europee hanno posto radici nel nostro paese. L'Italia è un'entità culturale, non un'entità etnica. È divenuta nazione-Stato in ritardo, dopo essere stata governata a lungo da spagnoli e austriaci. Inoltre le culture politiche italiane sono universali, sia quella cattolica che quella di sinistra e vedono per motivi diversi nel povero o nel proletario il soggetto politicamente privilegiato. Nessuna di esse ha a cuore come termine fondamentale la cittadinanza.

Il popolo italiano è stato emigrante come proletario e come povero e quindi ha una naturale disposizione a comprendere l'immigrato. Eppure la penisola non può subire l'immigrazione come un diritto soggettivo del povero e del proletario. Non può divenire la zona franca dell'assistenzialismo e della compassione. Deve avere sentimento di essere nazione e Stato, tanto più in tempi in cui la crisi mondiale fa di nuovo della nazione Stato il punto di riferimento dell'economia mondiale. Se l'idea del mercato come autoregolatore di se stesso è andata perduta, il consenso degli Stati e dei governi diviene un criterio fondamentale dell'economia mondiale. Occorre essere Stato nazione per essere potenza nel mondo come sistema paese.

Le misure del decreto sulla sicurezza sono modeste, eppure la Chiesa ha dichiarato che sono eccessive e il Pd le ha dichiarate inumane. Ma l'affermazione dell'immigrazione clandestina come reato è semplicemente l'affermazione che esiste lo Stato nazione Italia e che esso deve garantire il bene del suo popolo prima che quello degli altri. L'idea che la morale consista nella alienazione dell'identità è una cattiva morale perché la censura di sé produce una deviazione del rapporto sociale. Occorre essere se stessi per poter aiutare gli altri, non a caso il precetto biblico prende l'amore di sé come misura dell'amore per il prossimo, per l'altro in generale e in particolare.
Siamo nazione Stato, e le nostre relazioni internazionali saranno definite solo se questo sentimento di amor di patria illuminerà le azioni del governo e del popolo. I vescovi dicono che la distinzione tra immigrato e clandestino non ha per essi rilevanza. Ciò corrisponde ai principi della Chiesa ma essa ha sempre cercato di convivere con lo Stato e soprattutto con lo Stato nazione Italia. Non a caso la Chiesa universale ricorda sempre come effetto della Provvidenza i Trattati lateranensi del '29.

Si può domandare se la misura proposta dal governo per dar vita alla distinzione tra immigrati regolari e immigrati clandestini sia di sufficiente efficacia. Portare a diciotto mesi la permanenza nei centri di accoglienza dei clandestini non serve se non ci sono accordi di rimpatrio con gli Stati di provenienza. Se non c'è un accordo con la Libia sul controllo dei suoi confini marittimi e terrestri non c'è spazio per la soluzione di Lampedusa. La maggioranza non può non avere come idea forza quella dello Stato nazione e il ministro degli Interni può contare soltanto sulla realtà della nazione per poter raggiungere accordi con gli altri Stati sul rimpatrio degli immigrati.

Il tema base di questa maggioranza è quello di far «rialzare l'Italia». E senza dare un valore alla distinzione tra regolare e clandestino tra gli immigrati si perde il concetto di nazione Stato. L'idea che una società globale i cui territori non abbiano dignità di nazione è impensabile in un momento in cui l'ordine economico richiede una tutela giuridica e politica che solo gli Stati nazione possono stabilire.