Vivere per volare, e volare per vivere

Andrea Caterini

Potremmo leggere l'ultimo libro di Errico Buonanno, Vite straordinarie di uomini volanti (Sellerio, pagg. 180, euro 13) in due modi, anzi in tre. E sarebbero, a ben guardare, tutti plausibili. Il primo come un gioco colto. Provare a prendere dieci, venti, cento storie assurde dall'antichità, storie di uomini che volano, e credere che siano realmente vere: un libro per adulti e per bambini; o per adulti che lo leggano ai bambini come fossero delle favole del buongiorno, più che della buona notte. Il secondo come un trattatello semiserio sulla leggerezza; non alla maniera di Calvino, però nessuna regola di scrittura: qui, per fortuna, non si vuole far diventare i lettori scrittori, ma gli si vuole consigliare quale sia la maniera più efficace per svuotare lo spirito d'ogni pesantezza.

Il terzo ed è, lo devo ammettere, il modo che mi convince di più come una metafora. Ma una metafora di cosa esattamente? Ecco, credo che in queste storie di santi e idioti, di uomini ridicoli o geni, che spesso vivono la loro condizione di esseri d'aria, più che di cielo, non dei già risorti, quindi, ma degli inabili alla terra e alle leggi che governano il mondo, dei disadattati, insomma, che cercano uno spazio alternativo che li accolga, uno spazio senza «leggi di gravità» a cui rispondere e soccombere, Buonanno abbia voluto cercare un modo per esprimere una necessità di vita che è ovviamente soggettiva, ma della quale è convinto ne abbia bisogno ogni suo simile, il genere umano tutto. E in cosa consiste tale necessità? Accettare, della vita, anche la sua insensatezza, la sua assurda e inconcepibile inutilità; che poi vuol dire la sua assenza di scopo («Primo principio del presente manuale: si deve volare senza scopo. Volare è un prodigio d'inutilità, perché solo così, senza pensare alla logica, possiamo acquistare levitas»). Se i suoi santi o pazzi lievitano non lo fanno per un fine, quanto invece per trovare una ragione, ma senza una logica, di salvezza. Si potrebbe dire che la salvezza è già uno scopo. Eppure non è così, perché questa giunge quando tutti i significati, oppure le teorie che a quei significati abbiamo attribuito, si svuotano. Per Buonanno pare che la vita acquisti senso nel momento in cui abbiamo smesso di pensarla, tornando a essere capaci di vederla. Del resto volare «ha un unico fine: la meraviglia, ed è parente perciò del sogno, del gioco e della poesia».