"Vivo felice con Jacuzzi, il fidanzato disabile che rubai a mia sorella"

Daniela Manzini, sposata da 36 anni con Ken: "Fu per alleviare i suoi dolori che il padre Candido inventò l’idromassaggio. Viviamo in Arizona e il mio hobby è assistere i poveri"

Dici Jacuzzi e pensi alla vita spensierata, godereccia. Non a caso il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, fanatico della castigatezza, nel 2005 si vantò d’aver vinto le elezioni per il semplice fatto di non possedere, a differenza dei suoi depravati avversari, la vasca dell’idromassaggio.
Sylvester Stallone se n’è fatta montare una sulla sua limousine. Hugh Hefner, l’editore di Playboy, intratteneva tra i flutti, con addosso un pigiama nero, Frank Sinatra, Mick Jagger, Warren Beatty e Jack Nicholson (fu dentro la Jacuzzi di quest’ultimo che il regista Roman Polanski stordì la tredicenne Samantha Jane Gailey con champagne e Quaalude, un farmaco euforizzante, prima di violentarla). Flavio Briatore ce l’ha sul tetto del Force Blue, il mega yacht da 70 metri. Bruno Vespa ne ha fatto installare una quadrata sul terrazzo del superattico affacciato su Trinità dei Monti, avuto in affitto da Propaganda Fide, e non fu per nulla contento quando due delle sue inviate, Vittoriana Abate e Cecilia Primerano, vi si tuffarono durante una festa di fine stagione della redazione di Porta a porta. Brad Pitt ne aveva comprato una alla moglie Jennifer Aniston per la loro villa di Beverly Hills, serie limitata Vizion, con lettore Dvd, schermo al plasma, illuminazione subacquea e rubinetteria Zucchetti. Persino l’allora segretario della Cisl, Sergio D’Antoni, s’era fatto mettere una doppia vasca nel super attico di 219 metri quadrati che l’Inpdai gli aveva affittato ai Parioli e le cronache del tempo narrano che quando scoppiò lo scandalo di Affittopoli si fosse giustificato con una battuta disarmante: «Uno dovrà pur lavarsi, no?». Avrebbe pure potuto aggiungere, a mo’ di giustificazione, che Mazara del Vallo, cittadina di pescatori, è la località italiana che conta il maggior numero di Jacuzzi mentre Tornimparte, Comune abruzzese di 3.000 abitanti, vanta il più alto rapporto tra vasche per idromassaggio e popolazione.
A Daniela Manzini, 62 anni, originaria di Eraclea ma cresciuta a Udine, tutto questo non è mai interessato. Per lei Jacuzzi è solo Ken, all’anagrafe Kenneth Anthony, nato a Oakland, California, nel 1941. Un marito disabile, costretto in carrozzella, che non ha nemmeno potuto renderla madre. Un compagno affettuoso che lei volle sposare a tutti i costi, contro il parere dei genitori. Un idealista che ha rinunciato al controllo dell’impero paterno in dissenso con le politiche di sviluppo della multinazionale Jacuzzi.
Per vivere con quest’uomo handicappato, Daniela non esitò a rubarlo a sua sorella. Perché era a Sandra, più giovane di 22 mesi, oggi felicemente coniugata con un funzionario di banca, Giorgio Zuzzi, e madre di tre figli, che lo sfrontato giovanotto di origini statunitensi faceva il filo negli anni Settanta. E ci mise qualche tempo, Sandra, per digerire l’idea d’aver lei stessa involontariamente propiziato l’incontro fatale.
Oggi non v’è traccia di quell’antica ruggine. L’ho capito da come le due sorelle Manzini si sono abbracciate all’hotel Diana di Grado, dove Daniela - che in passato lavorò per un breve periodo come impiegata alla Regione Friuli Venezia Giulia ma ormai da 33 anni abita col suo Ken a Phoenix, la capitale dell’Arizona - è venuta a trascorrere qualche giorno di vacanza. È tra Friuli e Stati Uniti che si sviluppa questa straordinaria saga familiare, fino a intrecciare i destini dei Manzini con quelli della dinastia imprenditoriale. Kenneth Jacuzzi l’ha riassunta in un libro di 500 pagine, scritto con Diane Holloway e pubblicato per il momento solo in America. S’intitola Jacuzzi, a father’s invention to ease a son’s pain, l’invenzione di un padre per alleviare il dolore di un figlio. Sì, perché la trendy Jacuzzi, la costosa Jacuzzi, la bramata Jacuzzi in origine questo doveva essere, nient’altro che un presidio sanitario da mettere a disposizione dell’umanità sofferente negli ospedali, uno strumento terapeutico per far star meglio un bambino di 7 anni, Ken appunto, che dall’età di 2 soffriva, così come soffre tuttora, di spasmi lancinanti, conseguenza dell’artrite idiopatica giovanile, una forma precoce e cronica di artrite reumatoide, una malattia rara di cui non si conosce la causa e che colpisce 80 bambini ogni 100.000 con infiammazioni delle articolazioni, tumefazioni, limitazioni di movimento, retrazioni muscolari permanenti, fino a condannarli alla sedia a rotelle.
Come si manifestò la malattia di suo marito?
«Con febbri altissime e mal di gola. In poche settimane gli arti di Ken si rattrappirono a causa delle deformazioni ossee. Fino ai 25 anni riuscì a camminare con le stampelle. Poi dovette rassegnarsi alla carrozzella».
Di dove sono originari gli Jacuzzi?
«Di Casarsa della Delizia, lo stesso paese dove Pier Paolo Pasolini crebbe con la madre Susanna, maestra elementare, che ci era nata. Giovanni Jacuzzi, classe 1855, a 31 anni sposò Teresa Arman, ventunenne. Ebbero 13 figli. Benché fosse maschio, il primogenito fu battezzato Rachele. Seguirono Valeriano, Francesco, Giuseppe, Gelindo, Giocondo, Felicita, Angelina, Ancilla, Candido, Cirilla, Stella e Gilia, l’ultima, che è l’unica ancora viva: compirà 102 anni il prossimo 15 settembre, è in gambissima, vive nell’Oregon. Fra il 1907 e il 1921 tutti gli Jacuzzi, compresi i genitori, emigrarono per fame, il primo a Los Angeles, gli altri a San Francisco. Oggi il nucleo familiare negli Usa conta più di 800 eredi. I soli discendenti di Valeriano formano un clan di circa 300 persone».
Chi fu il primo Jacuzzi a fare fortuna?
«Rachele, un geniaccio con la passione per il volo. Aveva studiato tecniche aeronautiche a Milano, ma senza conseguire il diploma di perito. Arrivato a Los Angeles, trovò lavoro in un’officina che riparava aeroplani. Fu lì che ideò la toothpick, un’elica innovativa per idrovolanti, costruita su richiesta di un aviatore che aveva incontrato all’International exposition in San Francisco. Il governo Usa s’interessò subito al brevetto. Allora non esisteva ancora il ponte sul Golden Gate, lo stretto che divide la baia di San Francisco dall’oceano Pacifico: lo avrebbero costruito soltanto nel 1937. Perciò arrivò un contratto per la consegna della posta aerea nell’entroterra californiano. La toothpick venne anche adottata dai velivoli militari durante la prima guerra mondiale e utilizzata per i primi voli intercontinentali. Nel 1919, con l’aiuto dei fratelli, Rachele fondò la Jacuzzi brothers, specializzata nella costruzione, nella vendita e nella riparazione di aerei. E l’anno dopo produsse il primo velivolo multiposto della storia, lo Jacuzzi cabin monoplane, che portava 7 passeggeri e raggiungeva una velocità di 180 chilometri orari».
Non sapevo che l’idromassaggio fosse stato preceduto da questa epopea dell’aria.
«Che però finì subito in tragedia. Il 14 luglio 1921 il sesto degli Jacuzzi, Giocondo, che da pochi giorni aveva compiuto 26 anni, si trovava su un aereo postale con un giornalista e un fotografo. Nel cielo della California il pilota volle fare alcune acrobazie in volo sopra la casa della fidanzata. Un’ala toccò i fili dell’alta tensione. Perirono tutti nello schianto al suolo. Nella carcassa dell’aereo fu ritrovato intatto, dentro la macchina fotografica, il negativo con l’immagine dei quattro scattata prima del decollo. Giocondo lasciò la moglie e una bimba di 12 mesi. Il nonno di mio marito, sconvolto, disse: “Basta, non voglio veder morire altri figli in questo modo. Vendete l’azienda”. I brevetti furono ceduti agli eredi dei fratelli Wright, i pionieri del primo volo compiuto nel 1903, e la famiglia abbandonò per sempre il settore aeronautico».
Una tragedia nella tragedia.
«Immagini il disastro economico: avevano investito tutto lì. Se non fosse accaduto quell’incidente, oggi ci sarebbe la Jacuzzi al posto della Boeing. Ma Rachele ebbe l’intuizione giusta: si buttò sull’agricoltura. Applicò i principi dell’aerodinamica alle pompe idrauliche. Dalla California al Messico il successo fu travolgente, perché i contadini ne avevano disperato bisogno per attingere l’acqua potabile dai pozzi e per irrigare i campi».
Suo marito Ken di chi è figlio?
«Di Candido. Era il presidente della Jacuzzi. Fece superare all’azienda la terribile crisi finanziaria del 1929 e organizzò la rete mondiale di vendita. Un piazzista formidabile ma anche un inventore. Fu lui nel 1948 a ideare per Ken la pompa portatile da posizionare dentro la vasca da bagno».
Come ebbe l’idea?
«L’imbeccata gliela diede la moglie. Portando Ken tutti i giorni in ospedale per le terapie, la mamma aveva notato che quando le infermiere lo mettevano in piscina per gli esercizi il bambino non soffriva più, soprattutto se l’acqua intorno a lui veniva smossa con energia. I fratelli di Candido non erano affatto convinti che quell’attrezzo potesse avere un futuro. Ma lui, visti i benefici effetti su Ken, sette anni dopo avviò la commercializzazione, in farmacie e negozi specializzati, dei primi idromassaggi per assistenza sanitaria. Soltanto nel 1968 la sua scoperta diede origine alla vasca integrata che oggi tutti conoscono. Era un uomo geniale. Pensi che in quello stesso anno la rivista francese Marie Claire gli assegnò il premio Fashion innovation per aver disegnato il Coquilini, un bikini audacissimo, almeno per quell’epoca».
Candido, ma anche birichino.
«Mio suocero nel 1925 aveva sposato una diciassettenne genovese, Ines Ranieri, nativa di Rapallo, da tutti chiamata Inez. Era una donna molto stravagante, dai costumi piuttosto liberi. Le piaceva tuffarsi nuda in piscina di notte. Fu lei che insegnò a nuotare a tutti i 12 nipoti. Pur avendo uno stuolo di camerieri, sgusciava da sola i piselli».
Come si erano conosciuti?
«I futuri genitori di mio marito s’incontrarono al Veritas Club di San Francisco, un circolo per immigrati italiani dove le ragazze entravano senza pagare. Inez c’era andata con sua madre. Candido la invitò a ballare, ma lei rifiutò. Siccome non era tipo da arrendersi facilmente, Candido chiese alla madre di Inez perché mai la figlia non volesse ballare con lui. La madre di Inez si arrabbiò molto, sgridò la figlia e le ordinò di ballare con l’italiano. Lei accettò controvoglia e quello fu l’inizio della loro storia d’amore».
E la sua storia d’amore con Ken dove e quando cominciò?
«Qui in Friuli, dove colui che sarebbe diventato mio marito dirigeva dal 1972 la sede europea della Jacuzzi, a Valvasone. Ormai anziano, Candido era rimpatriato dagli Stati Uniti nel 1970 e s’era ritirato a vivere nella casa natale, restaurata con molto amore. Il suo secondogenito, John, che allora lavorava nella filiale messicana, gli aveva mandato il figlio dodicenne, Johnny, nella speranza che lo raddrizzasse. Il ragazzino ne combinava di tutti i colori, s’era persino ustionato le gambe appiccando un incendio. Il nonno Candido lo mise nel collegio degli stimmatini a Udine, che aveva fama di severità. Un giorno i sacerdoti dissero allo zio Ken che l’allievo aveva bisogno di ripetizioni e gli suggerirono di mandarlo da una giovane insegnante prossima a laurearsi in lingue: mia sorella Sandra».
Galeotto fu il libro.
«Infatti. Simpatizzarono subito. Ken la invitò a cena e le chiese: “Quanti fratelli hai?”. Sandra rispose: “Una sorella e un fratello”. E lui: “Tuo fratello non m’interessa, però la prossima volta potresti portare a cena anche tua sorella”. In quel periodo lui abitava all’hotel Astoria di Udine e io lo vedevo qualche volta in giro sulla carrozzella, sospinta da Egidio, il suo assistente. E così andammo tutt’e tre in un ristorante di Trieste, dove scoccò la scintilla, forse perché io ho un carattere chiuso, mentre Sandra è sempre stata più spigliata, istintiva. Chissà, gli sarò sembrata una preda meno facile».
La scintilla scoccò per entrambi?
«Lui s’innamorò di me all’istante, io no. Lo vidi altre volte, senza mia sorella. Sandra s’arrabbiò moltissimo quando le riferii di questi nostri incontri. Poi vi fu una gita, durante la quale Egidio, un marcantonio di origini siciliane alto 2 metri, provò a farsi avanti con Sandra. Io ero imbarazzata».
E Ken?
«Mio marito è molto più disinvolto, tanto che ha rivelato l’episodio nel suo libro, attirandosi le ire di Egidio. Da brav’uomo, incoraggiato dalla situazione, Ken provò a baciarmi, ma io lo respinsi con un “no!”».
Pensava che fosse peccato?
«No, non per l’educazione cattolica ricevuta. È che non ero convinta dei miei sentimenti. Di lì a qualche giorno lui mi chiese di sposarlo. Mi ci vollero un paio d’anni per abituarmi all’idea».
Nell’autobiografia suo marito racconta che in una lettera le rivelò d’essere afflitto da un difetto fisico: pur non avendo problemi di erezione, soffriva di dry ejaculation, cioè di eiaculazione retrograda, per cui lo sperma anziché fuoriuscire viene emesso nella vescica urinaria.
«Me ne aveva già accennato a voce. Ma Ken scrive, scrive sempre. È il suo stile. Io tergiversavo, lui s’arrabbiava, prendeva carta e penna e metteva i puntini sulle i, spaccando il capello in quattro».
Le scrisse che la disfunzione lo rendeva sterile, ma che i medici avrebbero potuto estrarre il seme dalle urine per tentare la fecondazione artificiale. Inoltre le propose di fare sesso, così lei avrebbe potuto «apprezzare le differenze» e decidere con maggior consapevolezza circa «il matrimonio con un disabile».
«Sì, era molto crudo nelle sue descrizioni. Ma onesto: si trattava pur sempre della realtà. I miei genitori cercarono di dissuadermi in tutti i modi. Per loro, ferventi cattolici, era inconcepibile che un matrimonio non venisse coronato dalla nascita dei figli. Se poi fossi ricorsa alla procreazione assistita, peggio ancora. Ma io piano piano cominciai ad amare Ken, proprio per la sua ruvida sincerità. Del resto mica potevo vivere la vita dei miei genitori».
Eravate una famiglia povera o benestante?
«Mio padre Francesco dirigeva un’azienda agricola, mia madre Maria era casalinga».
E così decise di sposare Ken contro il loro parere.
«Fu un passo dolorosissimo. Il matrimonio venne celebrato il 10 marzo 1974, una domenica, nel santuario della Madonna di Rosa, a San Vito al Tagliamento. I miei genitori si rifiutarono di parteciparvi. C’era solo Sandra, che nel frattempo s’era fidanzata con Giorgio: si sposarono a loro volta 20 giorni dopo. Io piansi dall’inizio alla fine per l’assenza di mamma e papà. Ken mi portò in viaggio di nozze al grand hotel Miramonti Majestic di Cortina d’Ampezzo. Al ritorno partì per gli Stati Uniti. Stette via un paio di mesi per affari».
Nel frattempo le incomprensioni con i suoi genitori si appianarono?
«Per nulla. Nonostante mio suocero ce la mettesse tutta per smussare e rappacificare, mio padre era risoluto nel suo pregiudizio: “Non la vedo una cosa normale”. Candido Jacuzzi gli rispose: “Che cosa non è normale?”. E papà non seppe replicare. Solo dopo parecchi mesi i miei si decisero a venire a cena nella nostra casa di Pordenone. E quando nel 1977 mio marito e io ci trasferimmo negli Stati Uniti, vennero anche a trovarci. Tant’è vero che l’anno dopo mio padre morì a casa nostra, a Phoenix, per un attacco cardiaco».
Fece in tempo a chiedere scusa a Ken per non essere venuto al matrimonio?
«Non so se gli abbia mai chiesto scusa. So che dopo le incomprensioni iniziali lo trattò sempre in modo affettuoso».
Le è pesato non poter avere dei figli?
«Sapevo a che cosa andavo incontro. Da quand’è nato, mio marito ha dovuto subire 18 interventi chirurgici, o forse sono 20, due dei quali dopo che c’eravamo sposati: un trapianto osseo alla colonna vertebrale deformata dall’artrite e, nel settembre di due anni fa, una delicatissima operazione al trigemino, che gli procurava dolori atroci. I professori Joseph Zabramski e Andrew Shetter, del Barrow neurological institute di Phoenix, uno dei centri di neurochirurgia più avanzati al mondo, non volevano saperne di intervenire: troppo rischioso, sarebbe potuto morire sotto i ferri. Ma, mentre in mia presenza gli spiegavano quanto fosse azzardato operare sui nervi cranici che controllano i movimenti della faccia, Ken ebbe una crisi più forte delle altre. Gli spasmi gli deformarono il viso. Uno dei medici ne restò talmente impressionato e impietosito da esclamare: “Let’s do it!”, facciamolo».
L’intervento è andato bene.
«Tecnicamente sì. Ma ci fu una complicazione. Siccome Ken non è in grado di allungare il collo, fu intubato con una cannula per bambini. Qualcosa andò storto, forse fu leso qualche centro nervoso, perché pochi giorni dopo l’operazione, mentre si lavava i denti, rimase bloccato con l’acqua in bocca e stava per soffocare. Fu trasportato in terapia intensiva. I liquidi gli finivano nei polmoni. Una settimana dopo aveva il cuore scompensato e tutte le analisi sballate. Finì in rianimazione, dove si rifiutava d’essere nuovamente intubato: “Basta, ne ho già passate troppe, lasciatemi andare in pace”, supplicava. Io telefonai a mia sorella a Udine, dicendole che stavolta Ken non ce l’avrebbe fatta. Invece siamo ancora insieme. Dopo mesi e mesi di esercizi ha imparato di nuovo a deglutire».
Che ruolo ricopre suo marito nella Jacuzzi incorporated?
«Nessuno. Ne è uscito dopo aver fatto causa a tutto il parentado».
Per quale motivo?
«I fratelli Jacuzzi avevano sottoscritto un patto nel quale riconoscevano che l’idromassaggio era stato inventato da Candido per suo figlio e, pertanto, fino a quando Ken fosse vissuto gli sarebbe spettata di diritto una percentuale sulle vendite mondiali. Senonché i cugini hanno disdetto unilateralmente quell’accordo, sostenendo che non era giusto. Non solo: Roy, nipote di Giuseppe, il quarto dei 13 fratelli Jacuzzi, che essendo del 1943 è più giovane di suo zio Ken, ha cominciato ad attribuirsi meriti nella storia aziendale che non gli competono. Oggi è l’unico Jacuzzi che rimane nel gruppo dopo le cessioni avvenute a partire dal 1979, prima alla Kidde, industria americana di estintori, poi a James Hanson, il lord a capo del colosso inglese che spazia dalla chimica alle sigarette John Player».
Il processo com’è finito?
«Hanno transato, riconoscendo che l’invenzione è di Candido e che il figlio Ken aveva diritto alla percentuale sulle vendite».
Quanto?
«L’1 per cento, credo. Ma solo fino al compimento dei 65 anni. Da quel momento gli versano un assegno fisso annuale».
I 13 fratelli Jacuzzi, invece, andavano d’accordo?
«Moltissimo. Si riunivano tutte le domeniche per il barbecue».
I suoi rapporti con Candido com’erano?
«Eccellenti. Ero legatissima a mio suocero. Con lui ho sempre parlato in italiano, mentre con mia suocera, benché fosse ligure, parlavo solo in inglese. Nel 1975 Candido e Inez dovevano festeggiare in Friuli, dov’erano tornati a vivere, il 50° di matrimonio. Per l’occasione si erano comprati una casa di vacanza in Messico, a Puerto Vallarta, sull’oceano. Durante la villeggiatura, Candido salì su una scaletta per caricare l’orologio a cucù, ma perse l’equilibrio e stramazzò a terra. L’incidente gli provocò un’improvvisa dilatazione dell’aorta. Fu portato con un aereo privato al Methodist hospital di Houston, nel Texas, dove venne subito operato dal cardiochirurgo George Noon, il miglior allievo del professor Michael De Bakey, pioniere del cuore artificiale. Ma era troppo tardi: l’insufficiente irrorazione sanguigna provocata dall’accidente vascolare gli aveva fatto perdere per sempre l’uso delle gambe. Passò il resto della sua vita in carrozzella e non tornò mai più in Friuli».
Come se avesse inconsciamente voluto immedesimarsi nella condizione del figlio.
«Infatti scelse di trasferirsi a vivere in una casa di riposo di Phoenix per stare vicino a Ken. Lo avevamo ospite a casa nostra tutte le domeniche. Morì nel 1986. Mia suocera Inez lo raggiunse 9 anni dopo».
Come definirebbe la sua storia d’amore?
«Bella. E controversa».
Ha avuto una vita difficile?
«Non è faticoso stare accanto a Ken, anzi. Ha un carattere piacevole. La sua dote migliore è l’intelligenza emotiva: sa mettersi subito in sintonia con chi ha di fronte. Il che, per un’introversa come me, è rassicurante. Siamo molto affiatati. Pur avendo necessità di continue attenzioni, mi lascia il tempo per dedicarmi ai miei interessi».
Quali sono?
«Tutti i giovedì vado alla Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli di Phoenix ad assistere le persone bisognose. Intrattengo le famiglie, distribuisco i pasti, pulisco la mensa. Negli Stati Uniti ci sono tantissimi poveri e malati di mente. Spesso vivono per strada. Quando si ammalano, dopo tre giorni vengono cacciati dagli ospedali, come prescritto dalla legge voluta da Ronald Reagan».
Ma come? Il presidente Barack Obama non ha sistemato tutto con la sua riforma sanitaria?
«Non ha ancora sistemato nulla».
Suo marito ama l’Italia?
«Molto, anche se non ci torna dal 1982. Il rettore dell’Università di Udine lo aspetterebbe a braccia aperte, gli ha ripetutamente offerto di tenere un seminario sul family business. Stavolta non gli ho nemmeno proposto di accompagnarmi. È sempre impegnatissimo in progetti sociali. Ha già compiuto due viaggi in Cina su invito del figlio di Deng Xiaoping, rimasto paraplegico dopo che le guardie rosse lo avevano scaraventato fuori da una finestra durante la rivoluzione culturale. Ken ha anche diretto, su nomina del governatore dell’Arizona, l’ufficio per l’assistenza agli handicappati. Per un disabile visitare l’Italia è difficile, faticoso. Negli Stati Uniti mio marito è autonomo, guida l’auto, può andare ovunque, senza incontrare barriere architettoniche».
Ai suoi occhi di friulana dai costumi sobri il fatto che in giro per il mondo il cognome Jacuzzi sia associato al lusso sfrenato non la disturba un po’?
«No. Però disturba molto Ken. Mio marito pensa che sia stata tradita l’invenzione di suo padre Candido e la vocazione originaria dell’azienda, quella che vedeva nell’idromassaggio un prodotto popolare, di healthcare, destinato alla salute pubblica».
Ma lei usa l’idromassaggio?
«Lo abbiamo soltanto in piscina».
Come vede l’Italia?
«Vedo un Paese assai diverso da come lo lasciai più di trent’anni fa. Allora era parecchio arretrato. Adesso, ogni volta che ci torno, dentro di me dico: ma è questa l’America!».
(509. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it