Il vizietto dei Veronesi

Domenica scorsa su questo giornale è uscita una mia intervista con Maria Grazia Torri, una giornalista, oggi in fin di vita, che in passato s’era rivolta invano a numerosi scrittori, alcuni dei quali suoi amici, per far conoscere un libro (Cogne. Un enigma svelato) contenente una scomoda verità sulla morte del piccolo Samuele Lorenzi. Fra costoro, Sandro Veronesi. Il cui disinteresse è stato commentato dall’intervistata con un’unica frase: «Idem Sandro Veronesi, altro scrittore di grido: ha accampato la scusa che aveva qualcuno malato in famiglia». Appena 17 parole.
Del sostantivo «scusa» lo Zingarelli riporta quattro significati. Il terzo è questo: «Argomento, motivazione, che, costituendo una giustificazione o una parziale discolpa dell’errore in cui si è caduti, ne attenua la gravità». Il quarto è questo: «Pretesto, falso motivo». La Torri dava al sostantivo il terzo significato; Veronesi ha inteso che gli desse il quarto ed è andato su tutte le furie, prendendosela con me. Secondo lui, dovevo fare una verifica, telefonargli. Avrei così potuto apprendere che il giovedì precedente gli era morto il padre.
L’ira di Veronesi ha preso la forma di due e-mail speditemi, col «più profondo ribrezzo», nella tarda serata di domenica e pubblicate sul Giornale mercoledì scorso. Nella prima mi accusava di: 1) sputare addosso alla gente; 2) scrivere con astio, incitato in questo dal mio stesso giornale; 3) aver scritto una cosa schifosa; 4) essere una «brutta testaccia di cazzo». Nella seconda, giunta a stretto giro di posta dopo una mia pacata replica, mi accusava di: 5) sputare addosso alla mia professione; 6) scrivere «per una testata per cui un qualsiasi giornalista integro non lavorerebbe nemmeno sotto tortura»; 7) essere un cialtrone per non aver fatto verifiche; 8) aver sfruttato una moribonda per buttargli addosso un po’ di fango. E formulava un auspicio finale: «Lei se ne andrà a farselo stroncare in culo per il resto dei suoi giorni. E quando starà per morire, io pregherò Dio perché le conceda altri dieci minuti di vita, così che le stronchino il culo per altri dieci minuti. Venti, va’». Ricavando parte dei profitti personali dal sesso a ritroso, come attesta l’amplesso fra Nanni Moretti e Isabella Ferrari nel film tratto dal suo romanzo Caos calmo, dev’esserci qualcosa di freudiano nell’augurare ad altri d’essere «stroncati» nel posto in cui Veronesi intinge la penna con successo. Anche la sublime preghiera a Dio, affinché prolunghi di venti minuti la vita di un essere umano sodomizzato sul letto di morte, meriterebbe un’accurata investigazione psicoanalitica se non psichiatrica.
Sulle prime ho pensato che si trattasse di due e-mail fasulle, tale era l’eccedenza patologica di squilibrio e di rancore che trasudavano. Ho pertanto chiamato la segreteria di direzione del Corriere della Sera, quotidiano al quale Veronesi collabora, affinché accertasse presso il diretto interessato se l’indirizzo di posta elettronica fosse davvero il suo. «Purtroppo», come mi ha confermato poco dopo un’imbarazzatissima segretaria, lo era.
Ieri ho atteso 24 ore, nella speranza che dalla Rcs, casa editrice di Veronesi, dal Corriere, dall’Ordine dei giornalisti, dalla Federazione nazionale della stampa, da chi volete voi, giungesse al Giornale, come usa in casi del genere, un cenno di solidale disapprovazione per le intollerabili offese ricevute. Niente. Magari dipenderà dal fatto che i numi tutelari dello scrittore sono Walter Veltroni e Francesco Rutelli, chissà. Devo comunque dedurne che il pensiero di Veronesi è largamente condiviso (è così che si dice oggidì, no?). E il pensiero, giova riassumerlo, è il seguente: tutti coloro che lavorano in questa testata lo fanno soltanto perché Paolo Berlusconi con la fiamma ossidrica e la Arnoldo Mondadori Editore con le tenaglie li sottopongono quotidianamente a torture.
Ma c’è di peggio. Per l’establishment, nessuno dei giornalisti che lavorano in questa testata è da considerarsi «integro». Quindi colleghi - tanto per citare un nome - come Mario Cervi, che ieri l’ha diretta e oggi vi collabora, sono l’esatto opposto: non integri. E cioè, stando al dizionario dei sinonimi e dei contrari: disonesti, immorali, scorretti, sleali, corrotti, depravati. Avendoli assunti in larga parte Indro Montanelli, resta da stabilire su quale gradino di siffatta scala valoriale vada collocato il grande di Fucecchio: laido o cretino?
Peccato tuttavia che la purezza della razza intellettuale ariana alla quale Veronesi si fa vanto d’appartenere sia stata irrimediabilmente compromessa. Si dà il caso che su quattro vicedirettori del Giornale, due provengano dal Corriere. Orrore: 50 per cento di contaminazione. Anch’io, nel mio piccolo, in passato sono stato per lunghi anni collaboratore fisso del Corriere, oltreché dell’Europeo, di Capital, della Domenica del Corriere, di Anna e di altre testate della Rcs, i cui direttori saranno giudicati dal Tribunale della Storia per essersi scordati di sottopormi all’esame preventivo del sangue. E anche adesso continuo a scrivere per Oggi, il settimanale di punta della casa editrice per cui lavora Veronesi. Non basta: Marsilio, che pubblica i miei libri, appartiene allo stesso gruppo che sforna quelli dell’apprendista kapò teorizzatore della propria superiorità antropologica. S’è davvero capovolto il mondo.
«A me dispiace molto della terribile malattia di Maria Grazia Torri», mi ha scritto Veronesi, «ma quella di mio padre, e cioè la ragione per cui negli ultimi sei mesi non ho potuto occuparmi quasi di nient’altro, incluso il libro di Maria Grazia Torri, non era da meno. Tant’è vero che mio padre è morto giovedì scorso». Gli sfugge un dettaglio: Maria Grazia Torri non gli ha affatto chiesto negli ultimi sei mesi di occuparsi del libro. L’autrice s’era rivolta a Veronesi più di un anno fa, nell’aprile 2007, dopo aver letto sulla Gazzetta dello Sport un articolo che egli aveva scritto in occasione del processo d’appello ad Annamaria Franzoni. E già qui si potrebbe ricavarne un racconto breve: La zappa sui piedi.
Ma, per sfortuna del superuomo, mi sono anche preso la briga di compiere adesso le verifiche che, da buon cialtrone, avevo omesso in un primo tempo. Vi do conto, dunque, del «quasi nient’altro» di cui s’è potuto occupare negli ultimi sei mesi Sandro Veronesi, trattenuto al capezzale del padre: dichiarazione all’Ansa per segnalare di non essere «per nulla offeso della presunta “morettizzazione” di Caos calmo» (1 febbraio); conferenza stampa per rispondere alle critiche mosse dalla Cei al film tratto dal suo romanzo (13 febbraio); adesione all’«Unità day» a sostegno del giornale fondato da Antonio Gramsci (17 febbraio); dichiarazione all’Ansa per segnalare di essere «stupito e anche molto seccato», e più oltre «allibito», per il fatto «che sia stata tirata in ballo senza alcun fondamento» una scena di Caos calmo con un bambino down (17 febbraio); partecipazione a una puntata di Otto e mezzo su La7 (22 febbraio); presenza sul palco in piazza Duomo a Prato per il comizio di Walter Veltroni, candidato premier del Pd (2 marzo); annuncio della partecipazione al varietà Dottor Djembe via dal solito Tam Tam su Radiotre (14 marzo); annuncio della partecipazione al Perfect day organizzato a Torino dalla scuola di scrittura Holden (15 marzo); polemica col governatore del Veneto, Giancarlo Galan, che aveva trovato un’edizione tascabile di un romanzo pubblicato con Mondadori nel 2001, nonostante Veronesi dichiari d’aver lasciato questa casa editrice nel 1994 (26 marzo); ritiro del Prix Méditerranée a Parigi (1 aprile); partecipazione alle operazioni di voto del comitato artistico di garanzia del Musicultura festival di Macerata (29 aprile); annuncio della partecipazione alla seconda edizione di Officina Italia, festival dedicato alla creatività artistica italiana organizzato alla palazzina Liberty di Milano (12 maggio); invito (si ignora se accettato) sull’isola dell’Asinara per la rassegna cinematografica Nuovo Carcere Paradiso (16 giugno); dichiarazione all’Ansa sulla partita Italia-Spagna degli Europei: «Se la mettiamo sul testa a testa individuale, tra Calatrava e Piano lo spagnolo non tocca palla» (18 giugno). Il padre di Veronesi moriva una settimana dopo.
Certo, a noi subumani, non integri, mai sarà concesso il privilegio d’essere intervistati su un incontro di calcio dalla principale agenzia di stampa nazionale. Né tantomeno d’inaugurare con un racconto breve una serie di libri allegati al Corriere della Sera, com’è capitato la scorsa settimana a Sandro Veronesi, disgraziatamente proprio nel giorno della dipartita del genitore. La collana s’intitola Corti di carta. Dove l’aggettivo sostantivato, che normalmente si usa per le gambe delle bugie, nella circostanza evoca la statura morale dell’autore.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

P.S. L’altro ieri, alle ore 15.48, ho ricevuto dal regista Giovanni Veronesi, fratello dello scrittore Sandro Veronesi, una e-mail che trascrivo alla lettera: «Vede signor lorenzetto io mi chiamo Giovanni veronesi e sono profondamente arrabbiato con lei. Non perché ha scritto quella enorme cazzata su mio fratello perché un errore da un demente ci può stare ma perché, una volta che ne ha avuto la possibilità, non ha chiesto scusa. anche se mio fratello l’ha giustamente aggredita con parole poco piacevoli, lei aveva il dovere di scusarsi per una simile gaffe. E ora veniamo a noi, brutta faccia di merda. Tu spera solo di non incontrarmi mai, nemmeno per errore, neanche tra vent’anni, perché uno sputo in faccia non te lo toglie nessuno. Sul tuo sito c’è la foto della tua bella faccia da stronzo e da lì si capisce già di che cazzo d’uomo stiamo parlando, comunque il mio consiglio è il seguente: chiedere scusa sei ancora in tempo per farci fare una brutta figura a noi fratelli che siamo stati veramente volgari ma data la situazione anche tu, che sei un idiota, capirai. Arrivederci allo sputo in faccia».
Dev’essere un dono di famiglia. Il caso è chiuso.