«Vogliono imporre la legge islamica Se l’Occidente cede per voi è la fine»

«Non rinunciate alla libertà religiosa o non ci sarà limite alle loro pretese»

Marcello Foa

«Sono molto preoccupato. La protesta del mondo islamico contro le caricature lascerà tracce durature sia nelle relazioni internazionali, sia nel confronto tra le culture». È inusuale che Hamadi Redissi sia così cupo. Docente di Scienze politiche all’Università di Tunisi, è un intellettuale che non ha mai risparmiato critiche, talvolta durissime, nei confronti dell’Islam e dei fondamentalisti, ma che ha sempre mantenuto una visione fiduciosa del futuro dei Paesi musulmani; perlomeno una speranza.
Professor Redissi, perché oggi è tanto inquieto?
«Perché sono meravigliato dall’ampiezza della reazione islamica. Non sono solo gli imam oltranizisti e qualche migliaio di persone per strada a protestare contro le vignette, ma anche governi e istituzioni islamiche, che fomentano l’indignazione».
Un caso montato?
«Sì. Le vignette sono state pubblicate il 25 settembre, e da allora alcuni imam danesi si sono prodigati per suscitare la protesta dei musulmani, compiendo viaggi nei Paesi islamici e avvalendosi di Internet. Io non credo che le proteste violente siano state pianificate da un “grande vecchio”, ma, da musulmano, ho l’impressione che ci sia qualcuno che verifica quel che viene scritto sull’Islam ovunque nel mondo, e arbitrariamente riesce a creare un caso, anche a distanza di mesi».
Che conseguenze ci saranno sulla libertà religiosa?
«Molto serie, soprattutto per voi occidentali. Che ai musulmani sia vietato offendere il Profeta è in fondo comprensibile, ma in questo caso si cerca di estendere questa proibizione anche a voi. È questa la differenza tra il caso Rushdie e quello delle vignette: Salman Rushdie, lo scrittore condannato a morte dagli iraniani per apostasia, è un musulmano, ma il giornale danese che ha pubblicato le caricature no. È come se stessero tentando di imporre una Shaaria (la legge islamica, ndr) al mondo».
E l’Occidente che cosa deve fare?
«Non dovete rinunciare alla libertà religiosa e di critica. Se cedete è finita: qualunque pretesa diventerà plausibile. Non ci sarà più alcun limite».
Insomma, lei teme una spaccatura ancora più marcata tra Islam e Occidente...
«Sì. L’immagine dell’Islam che si propaga nel mondo in questi giorni non fa che rafforzare la diffidenza e il rancore. È come se ci fossero due mondi: quello islamico continua a non capire che cosa significhi la libertà religiosa, e questo nonostante la tv e i film americani ed europei, che sono visti anche qui, ce lo illustrino ogni giorno. Pretendono che un governo, quello danese, censuri un giornale, come si fa nei Paesi musulmani. Non capiscono che i quotidiani europei scrivono quel che pensano, non quel che il governo comanda loro».
Questo equivale a uno scontro di civiltà?
«No, perché non si può ridurre l’Islam a questo. Oggi in realtà c’è un confronto tra una realtà islamica dove sono marcate le tendenze oscurantiste e la parte più progredita del mondo, che invece ha superato questa fase grazie all’Illuminismo. È questa la chiave di lettura più appropriata».
Quando finiranno le proteste violente?
«Credo tra non molto, perché i governi e i leader religiosi cominciano a essere spaventati dalle pulsioni che loro stessi hanno incoraggiato, o che perlomeno hanno tollerato. I governi hanno affrontato questa crisi in modo diverso: alcuni, come l’Arabia Saudita, hanno dato fuoco alle polveri; altri hanno manipolato le folle con fini politici; la maggior parte ha cavalcato l’onda. Ma ora i regimi temono di perdere il controllo della situazione e tenderanno perlomeno a mettere a freno le folle. Loro sanno come fare. Le violenze cesseranno, non i danni provocati da questa vicenda».
Perché si stenta a udire la voce dell’Islam moderato?
«Perché l’Islam moderato è rappresentato da ricercatori e intellettuali che non hanno la possibilità di influire sull’opinione pubblica araba, che invece è condizionata dagli imam e dai governi. Il peso dell’ignoranza è enorme, incide molto di più qui che in Occidente».
marcello.foa@ilgiornale.it