"Voi secondo noi". L'Italia vista dagli studenti (di tutto il mondo) della Scala

Vengono da Cina e Azerbaijan, Cile e Corea: in tutto una dozzina di Paesi diversi. Hanno scelto il nostro Paese e la sua cultura: «Ma certo, la confusione...»

«Mar-ca-da-bollo. No, no, scusate: fran-co-bollo». Chuan Wang è alle prese con la lezione di italiano; deve dare un nome alle figure che ha di fronte a sé. Vive a Milano da cinque anni e ha già memorizzato il termine che evidentemente gli appare come uno dei simboli della vita, e della burocrazia, nella Penisola. I suoi compagni, seduti intorno a un tavolo insieme all'insegnante, ridono con lui dell'errore. Più che una classe sembra una conferenza internazionale: c'è un cinese, Chuang Wang, appunto; un paio di coreani; gli altri arrivano da Paesi come Russia, Georgia, Azerbaijgian, Polonia, Cile e via continuando. Per entrare all'Accademia del Teatro alla Scala hanno mandato video e registrazioni, superando una scrematura iniziale. Poi sono sopravvissuti a una infilata di audizioni durate una settimana, quasi si trattasse di una competizione sportiva: eliminatorie, semi-finali e finale, che, per dare solennità alla prova, si svolge sul palcoscenico della Scala. Nell'ultimo concorso gli aspiranti erano 250, ma a farcela, a entrare nella scuola di perfezionamento per cantanti lirici del teatro milanese, sono stati una manciata. Il loro corso dura 24 mesi e oggi, tra primo e secondo anno, gli allievi sono una ventina; gli stranieri, quelli che oltre al canto devono studiare la lingua, sono più della metà.

ADDIO COREA

In qualche caso l'approdo milanese altro non è che un ritorno. Anna Doris Capitelli, 27 anni, mezzosoprano, è nata a Sora, in provincia di Frosinone, ma ha sempre vissuto in una cittadina vicina a Münster, in Germania, non lontano dal confine olandese. Il papà, italiano, è emigrato per lavorare in un'azienda del settore plastico, la madre è tedesca. «Ho sempre vissuto a cavallo tra mondi diversi e la considero una grande fortuna», spiega. «Mio padre, appassionato di pianoforte, mi ha trasmesso la passione per la musica napoletana; quando la ascolto sento ancora un tuffo al cuore». La sua formazione, però, è tedesca: laurea alla Hochschule für Musik di Hannover e Master in musica operistica, sempre in Germania. Nel suo curriculum ci sono molti premi e borse di studio, parti nella Cenerentola di Rossini, in opere di Ravel e di Mozart. «Le differenze ci sono: nel Nord Europa c'è grande attenzione alla musica contemporanea. Qui ci si concentra soprattutto sul patrimonio classico».

Ad essere molto lontani dalla tradizione non solo italiana ma in generale europea sono gli allievi che arrivano dall'Oriente. Hun Kim, tenore coreano di 29 anni, racconta così la sua passione e i rapporti con la Penisola: «A Seul cantavo in un coro che aveva anche un repertorio lirico. Del vostro Paese ho sentito parlare per la prima volta nel 2002, quando da noi ci sono stati i mondiali di calcio e voi vi siete trovati di fronte il famoso arbitro Moreno. Poi ho ascoltato la mia prima opera, l'Otello di Verdi, e ancora l'Andrea Chénier di Giordano. Lì è nato tutto».

La prima tappa italiana è stata la scuola di musica intitolata a Claudio Abbado, poi il Conservatorio di Piacenza, infine la Scala. Per il suo futuro non si nasconde le difficoltà: «Noi asiatici facciamo fatica ad essere accettati nelle parti più conosciute della tradizione europea. Se vogliamo provarci sappiamo di dover essere più bravi, di dover lavorare di più. E anche tornare in Corea è difficile: i cantanti venuti a studiare in Europa o negli Usa sono tanti e il pubblico limitato». Di buono, dice il suo connazionale Dongho Kim, un basso, c'è l'Italia. «Prima di venire qui ho studiato per tre anni al Conservatorio di Berlino, racconta. «Posso fare dei confronti. Anzi, li faccio spesso e i colleghi della scuola mi prendono in giro perché sulla Germania sono sempre negativo. Ma qui da voi mi trovo bene: dal tempo al cibo, fino alla confusione, tutto mi ricorda la Corea».

ARTISTI E MANAGER

Gli allievi del corso di perfezionamento per cantanti sono solo una piccola parte dei ragazzi stranieri che frequentano l'Accademia della Scala. Le radici affondano in una tradizione che ha più di 200 anni, con la nascita della storica scuola da ballo del teatro milanese che è del 1813. Dal 2001 si è però organizzata come Fondazione accorpando i corsi nati via via nel tempo. All'accademia si studiano tutte le professioni teatrali: c'è, naturalmente, il balletto, il canto lirico, ma anche la scuola di sartoria, per scenografi e perfino quella per parruccai (vedi anche gli altri pezzi in pagina; ndr). In collaborazione con il Mip, la business school del Politecnico, c'è anche un Master in «Performing Arts», nome straniero per un corso in cui molte lezioni sono in inglese. Prepara i manager del settore, gli organizzatori in grado di conciliare programmi artistici e numeri di bilancio. Anche in questo caso molti studenti arrivano da oltre frontiera. Lìa Rojic, musicologa cilena, è una di loro: «A Milano sono capitata per la prima volta nel 2009. Mia madre lavora con alcuni marchi di abbigliamento italiani, è venuta in per lavoro e io l'ho accompagnata. Una volta laureata ho cercato di tornare appena possibile: da Pierluigi da Palestrina in poi continuate a rappresentare la storia della musica».

RIGOLETTO

Forse proprio per questo c'è chi confessa le proprie difficoltà. Come Chuan Wang, il tenore cinese alle prese con le insidie della lingua italiana: «A Milano ho fatto anche il Conservatorio, mi sono diplomato due anni fa. Ma so che forse conosco l'1% di quello che siete davvero, non basterebbe una vita per capirvi. E se penso a quello che in Cina si sa di voi dico una cosa sola: nulla. Ecco, per dare un'idea, dal punto di vista musicale il cinese medio conosce O sole mio e in genere le melodie napoletane, che sono in qualche modo più vicine alle nostre. Poi le arie della Turandot di Puccini e non c'è altro».

Non tutti si sentono, però così lontani. Lasha Sesitashvili, georgiano, 28 anni, sta seguendo le orme di altri cantanti celebri che dal suo Paese sono partiti per una grande carriera, anche passando per il palcoscenico dalla Scala. «La Georgia ha 5 milioni di abitanti e tre teatri d'opera. La vostra musica è anche parte di noi. E poi, per un baritono come me il culmine della carriera, il ruolo più affascinante ma anche impegnativo e difficile, è quello di un'opera italiana: Rigoletto».