Volevano sfrattarlo, reagisce facendo una strage

Gabriele Villa

nostro inviato a Bogogno (Novara)

Quattro minuti dopo la mezzanotte. Svanisce ogni luce a Bogogno e il paese di milleduecento anime a venti chilometri da Novara intuisce che la fine dell’incubo è vicina. Cinque minuti dopo il blitz che tutti attendevano, attuato dagli uomini del Gis, il reparto speciale dei carabinieri. Una serie di colpi e il lancio di alcuni candelotti lacrimogeni spianano la strada ai militari che dopo quasi dieci ore di appostamenti, trattative e terrore riescono a mettere le mani su Angelo Sacco e a immobilizzarlo. Sacco sta bene, viene trasportato fuori in mutande e le uniche parole che riesce a pronunciare dopo la cattura sono il segnale del suo disagio: «Mi volevano portare via la casa», ha detto quasi volendo giustificare il suo folle gesto. Un silenzio irreale e l’angoscia vengono squarciati dalle sirene dei mezzi di intervento. Ma ancor più agghiacciante è la scena a pochi metri di distanza: la madre di Claudio Morsuillo, il geometra incaricato dal Tribunale di periziare la casa di Sacco, tenta di forzare il blocco dei carabinieri e chiama a gran voce il figlio di cui ignora la sorte: «Claudio, Claudio, non posso vivere senza di te». Il cadavere di Claudio sarà trovato sulle scale. Torna la luce nel piccolo paese dove tutti per un’intera giornata di follia e di angoscia hanno cercato il perché di una strage da film dell’orrore.
È stata una giornata di ordinaria follia. Facile. Ma inevitabile, purtroppo, appigliarsi alla violenta sterzata che, d’improvviso, un pomeriggio d’estate, un uomo tranquillo decide di imporre alla propria vita. Ribaltandola e riscrivendola con le ombre dell’horror, quella sua vita. E seminando sangue e morte attorno. Facile aggrapparsi alla trama del film di Joel Schumacher per dare un senso ad una strage che senso non ha. Eppure anche Angelo Sacco, 54 anni, ex tecnico nell’azienda Aermacchi, oggi esperto di informatica, una famiglia che gli voleva bene e che, forse, nonostante tutto, continuerà a volergliene, è come se quella strage l’avesse preparata dieci, cento volte nel suo cervello. È come se avesse atteso pazientemente, appostato come la sua passione per la caccia gli ha insegnato, l’arrivo, ieri dell’ufficiale giudiziario che, accompagnato da due carabinieri, gli avrebbe notificato l’ordinanza di sfratto, per fare fuoco.
Per cominciare a sparare con agghiacciante determinazione. E così il primo a cadere sotto una sequela di colpi che, ricordano i testimoni, «sembravano raffiche di kalashnikov» è stato proprio il funzionario, Claudio Mosuillo, 39 anni. Colpevole soltanto di essere il corriere di un pezzo di carta arido quanto perfido. Cade sull’uscio di casa Sacco quell’uomo, una casa che per lo sparatore rappresenta tutto in quel momento di follia. Una villetta a due piani su un terrapieno di via Martiri alla periferia di Bogogno, paesino di milleduecento anime nel Novarese. Poi, senza che alcuno possa nemmeno accennare una reazione, Sacco colpisce e ammazza Giampiero Cossu, 30 anni, uno dei carabinieri che accompagnavano l’ufficiale giudiziario. Poi, ancora, un passante; uno sventurato motociclista, che aveva appena svoltato in direzione di via Martiri e si trovava giusto sotto tiro. Poi altri colpi e altri ancora. Una gragnuola di proiettili che Sacco scarica con precisione e freddezza contro altri carabinieri sopraggiunti nel frattempo, contro la gente e i curiosi o contro chi vuole avvicinarsi al luogo della strage per prestare soccorso. Rimangono a terra, ferite, altre nove persone. Arrivano le ambulanze, ma anche in questo caso medici e infermieri non possono nemmeno avvicinarsi alla casa perché, dal secondo piano dove si è asserragliato, Angelo Sacco continua a far fuoco contro chiunque si avvicini. I corpi del carabiniere e del motociclista rimangono così sul selciato per lunghe ore mentre gli altri feriti, tra cui un altro militare ricoverato in gravissime condizioni all’ospedale di Borgomanero, si trascinano carponi fino dietro un camion che un giovane di Agrate Conturbia, tra i primi testimoni dell’accaduto, ha abbandonato proprio di fronte alla villetta di via Martiri. Il bilancio dei feriti è forzatamente impreciso ma si parla di altre due persone in condizioni critiche all’ospedale di Novara mentre i cinque feriti portati al nosocomio di Borgomanero non sarebbero in pericolo di vita. Con un grande spavento se l’è cavata invece Claudio Molinari che, al volante del suo Pajero, si è trovato spianato davanti agli occhi il fucile di Sacco, ma che ha avuto la prontezza di accendere i fari e di abbagliare il Sacco che gli ha colpito fortunatamente solo i fanali dell’auto.
Dalle 15.30 la casa di Sacco è stata circondata da un cordone di oltre cento carabinieri. Gli abitanti di Bogogno sono stati invitati a rimanere in casa, mentre l’erogazione dell’energia elettrica e del gas è stata sospesa in tutta la zona per ragioni di sicurezza e per agevolare l’intervento delle forze dell’ordine, il cui scopo è stato anche quello di liberare da un incubo i familiari che con lui hanno trascorso undici ore nella villetta, la madre Irma, la sorella Ilvia e il cognato Gianni Marrazzi.
Poco dopo le 16.30 un elicottero è atterrato sul prato a trecento metri da via Martiri e dal velivolo sono scesi, con i volti coperti da passamontagna, sei militari dei Gis, il Gruppo di interventi speciali dei carabineri. Parallelamente, nel tardo pomeriggio è cominciata una trattativa con l’uomo. L’ha condotta il procuratore capo di Novara, Corrado Canfora, assieme al colonnello dei carabinieri Fabrizio Bernardini e al questore Andrea Inetti. Hanno parlato allo sparatore con un megafono, ma per varie ore il silenzio giunto dalla villetta ha fatto salire l’allarme e la preoccupazione degli inquirenti. «Un atto di violenza del genere in paese non era mai successo», dice Andrea Guglielmetti, 35 anni, dall'aprile scorso sindaco di Bogogno. È un paese tranquillo, che vive di attività artigianali e di agricoltura: «Quando oggi hanno bloccato il traffico - racconta - ho pensato che fosse uno scherzo». Il sindaco spiega di non conoscere personalmente l'omicida, del quale però conosce la famiglia, che definisce «irreprensibile». L'omicida, conclude infine il sindaco, operava come free lance nel campo dell'informatica, anche se non si tratta di un dato reperibile negli archivi comunali.
Poi il blitz dei carabinieri che ha concluso la giornata di ordinaria follia di Angelo Sacco, una persona «allegra e gioviale» come ricorda il suo più caro amico, Franco Carbonati, ma poi «tornato dal militare, qualcosa gli deve essere accaduto». Qualcosa che l’ha fatto diventare taciturno e introverso. Quello stesso qualcosa che ieri ha mandato in pezzi la sua esistenza e la vita che aveva intorno a sé.