In volo sulle macerie: "Sembra una guerra"

Uno scenario da Apocalisse, palazzi rasi al suolo, strade distrutte e
file di cadaveri. Anche dall’alto di uno degli elicotteri di soccorso
dei carabinieri i danni del terremoto sono terrificanti. Il comandante: "Mai visto nulla di simile"

Onna (L’Aquila) - In volo sull’Apocalisse. Gracchia la radio, impazza il flap flap delle pale, la visuale è da pelle d’oca: «Oh Dio mio, è tutto così incredibile… pazzesco… uno scenario da guerra, sembra che gli hanno sparato addosso alle case, pare un bombardamento mirato...». Ogni casa, un centro. Una cannonata più che una scossa.
Eccolo il panorama di morte che il carabiniere elicotterista Giuseppe De Cori registra con la sua telecamera wescam sfruttando quel cielo d’azzurro pastello che rende le riprese della strage drammaticamente più nitide e impietose. Il saliscendi collinare che dall’Aquila si perde nei cimiteri a cielo aperto di Paganica, Onna e Tempera, come di Popoli oppure di Fossa o Castelnuovo San Pio, da San Demetrio a Villa Santangelo, è scannerizzato al centimetro. Puntini nelle mappe geografiche. Asterischi nelle guide. Frazioni sconosciute ai più. Da ieri notte, noti al mondo come metafore di morte.

Facciamo la spola su due dei tre elicotteri del raggruppamento Rac dell’Arma che schizzano qua e là da quando s’è accesa la luce del giorno. Due militari, una telecamera e noi a bordo. Il terremoto - si lascia scappare il carabiniere - ha preso a schiaffi tutto: chiese, conventi, asili, caserme, ospedali, stazioni, bar, case coloniche, villine a schiera, strade, ferrovie, ponti, tralicci. Tutto davvero. Ha risparmiato a caso, ha colpito duro dove non doveva. Più l’elicottero scende di quota e più sono i bimbi che escono in braccio ai soccorritori in lacrime. Su quel convento di suore a Paganica, senza più tetto, che dall’alto è un formicaio tanti sono i superstiti che gesticolano, corrono, guidano i soccorsi, gridano, bestemmiano. Disperati che si dannano l’anima mentre poco distante, nelle campagne dirimpetto Onna, ancora scappano gli animali da pascolo dopo che tanti cavalli sono fuggiti al primo ruggito del sisma.
Già, Onna: tale e quale a un territorio di guerra, con le case di pietra sdraiate una sull’altra, colpite, ferite, demolite, quelle rimaste dritte non hanno tetti, le scale portano al nulla. Scheletri di palazzi, non c’è più una parete dritta. Onna è rasa al suolo. Cancellata. «Trenta cadaveri, sono almeno una trentina i corpi distesi laggiù, guardate… », si lascia sfuggire Roberto Scarrozzi, capitano dell’Arma di lungo corso. La passione per il volo, un’esperienza lunga così. «Ma una cosa del genere - racconta l’ufficiale strabuzzando gli occhi - giuro, non l’avevo mai vista e nemmeno immaginata. Un’esperienza agghiacciante, senza parole… ».

Difficile trovarle quando l’occhio cade su quel minuscolo cavalcavia, abbattuto come il ponte di Mostar a colpi di mortaio, con una macchina bianca sprofondata nell’asfalto che da quassù ha l’aspetto molle di una striscia di chewingum. Lasciandosi alle spalle le montagne stracolme di sciatori, pensando a coordinare le carovane di aiutanti in divisa, i carabinieri che arrivano dal cielo indugiano ora tra le barricate di calcinacci di Tempera, una frazione di quattrocento anime su cui sembra aver nevicato. Una patina bianca, di polvere e morte, ricopre le auto, i cassonetti d’immondizia, un trattore, due biciclette con rotelle e un cavallino a dondolo, bianco di calce pure lui. E che dire di Fossa, un borgo che visto così, tra le nuvole, sarà impossibile da ricostruire per il supplemento di devastazione per quei massi piovuti in picchiata dal costone roccioso. L’elicottero s’abbassa, si sposta, riparte di scatto, gira, rigira, volteggia impazzito. Inquadra il campanile crollato della chiesa, zooma sulle vie d’accesso trafficate dalle sirene. Registra e trasmette.

Non ci si fa l’abitudine al peggio, oltre l’immaginabile c’è sempre spazio. Roio Poggio, ad esempio, dà l’idea di essere off-limits. Ancora un sorvolo su Paganica. Altra angolazione sulle vecchie case, prese, sollevate, roteate, sbattute per aria e poi al suolo. Ovunque c’è gente infagottata nelle coperte. Altri, in maglietta, affondano a mani nude nei sassi, tra materassi, comodini e quadri. La facciata della bella chiesa barocca il terremoto l’ha presa a sberle ma l’ha tenuta su, risparmiandola. «Tantissime aree hanno subito crolli e danni importantissimi - comunica in diretta il capitano Scarrozzi snocciolando le località come grani di rosario - ci spostiamo ora verso l’Aquila».

Si riparte. Cinque minuti di viaggio e di macerie accompagnano l’elicottero Fiamma 28 sul tetto del capoluogo martoriato, passando per la ferrovia saltata, per le strade arricciate dalle scosse, i ponteggi che sembrano ondeggiare. Nel mentre si segnalano danni persino nella zona di Penne, tra Catignano e Frittoli, l’elicottero scende. Di primo impatto l’Aquila non ha le caratteristiche della città colpita a morte. L’illusione ottica dura il tempo di una messa a fuoco, poi si nota il centro storico con i suoi edifici implosi, accartocciati su se stessi, polverizzati nelle fondamenta ma intatti nelle mura portanti. «Effettivamente - spiega il maresciallo - volando a tremila piedi non si ha mai un’idea vera di quel che c’è sotto. E qui c’è la fine del mondo. Guardate, sono molti i tetti che sembrano rimasti al loro posto... ». Però basta scendere un po’ per notare come la forza del terremoto si sia sprigionata all’Aquila. Altri tetti hanno voragini grosse così, alcune chiese sono ripiegate all’indietro, per non dire dei condomini di non ultima generazione. Cancellati. «È una situazione che definire difficile è limitativo… » commenta da solo il carabiniere alla cloche. La frase si spezza quando l’obiettivo della telecamera rimanda prima al campo sportivo pieno di sfollati, poi insiste sulla Casa dello studente soffocata dal cemento e adagiata pericolosamente su un terrapieno di mattoni.

Dovunque la vista si pone, trovi un palazzo polverizzato, una chiesa sventrata, le basiliche con lunghi sfregi sulle facciate. L’Aquila è colpita al cuore, il centro storico è ormai un ricordo anche visto da quassù. Ma non c’è tempo di finire la ronda volante che un sos piomba nelle orecchie del capitano. «Tra Paganica e Onna c’è richiesto aiuto. Andiamo». L’aiuto è materiale, stavolta. Si vola sparati seguendo le indicazioni di massima lanciate da uno di quei tanti carabinieri di stazione che da ore non la smette di tirar fuori persone dall’inferno. L’ultimo uomo estratto respira a fatica, ha fratture ovunque. Non c’è tempo per pensare. Atterraggio dolce, ripartenza a razzo. Il tempo di scaricare il ferito all’ospedale e i motori dell’elicottero tornano a rumoreggiare. Decollo immediato perché il buio è alle porte.