Votare «sì» per entrare nel XXI secolo

È singolare che un liberale non comprenda il valore liberale della riforma costituzionale elaborata dal centrodestra. La Costituzione italiana è stata nella parte che riguarda la concezione della Repubblica e i diritti fondamentali, elaborata dai comunisti togliattiani e dai cattolici di sinistra. I cattolici di sinistra che si impegnarono nella prima parte della Costituzione (Dossetti, Fanfani, La Pira, Moro) erano tutti influenzati dalla lettura anticapitalistica del fascismo: e non a caso essi venivano dall’Università Cattolica di Milano, diretta da una personalità come Agostino Gemelli, sensibile alla collaborazione con il fascismo al governo.
E il pensiero politico del gruppo fu influenzato dalla lettura della crisi del ’29 come crisi del capitalismo e come necessità dell’intervento pubblico a garanzia della giustizia e della società e dello stesso sviluppo dell’economia.
Non a caso tutti i redattori della prima parte della Costituzione furono figure determinanti della sinistra democristiana e della tesi che l’intervento pubblico e la proprietà pubblica dell’industria fossero i fondamentali della concezione dello stato conforme alla dottrina sociale cristiana letta in chiave anticapitalista.
Così curiosamente l’influenza cattolica sulla Costituzione va letta nello spirito e nella lettera anticapitalistica del fascismo e quindi in una chiave di sinistra. Il ruolo del fascismo per impedire che la concezione cattolica liberale di Sturzo e del movimento cattolico prima del fascismo prevalesse fu determinante. Nella seconda parte della Costituzione si affermò una concezione di parlamentarismo puro, con tendenza al regime assembleare che era allora nell’aria e che aveva segnato il processo analogo della Costituzione francese.
Ne venne che il criterio politico che reggeva la dinamica delle istituzioni fu quello della delega del corpo elettorale ai partiti a cui veniva affidata, in concreto, la gestione delle istituzioni. E i partiti antifascisti divennero il criterio politico della tenuta costituzionale e degli equilibri di governo.
La Costituzione italiana è figlia del Novecento: e non a caso la chiave interpretativa fondamentale della sua lettura fu data dal più colto e coerente dei partiti antifascisti, il Partito comunista, che fece del consenso dei partiti il criterio della legittimità delle istituzioni, oltre la stessa differenza tra maggioranza e opposizione.
Il consenso dei comunisti divenne così fondamentale per garantire la legittimità degli stessi atti di governo: e ciò che poteva apparire difforme da esso era considerato come criminale, come forma di «doppio Stato» legato al golpismo e alla mafia.
La riforma costituzionale del centrodestra supera il concetto della Costituzione come forma della democrazia e pone la democrazia e la nazione, nel primato della libertà, come forma politica dello Stato. Appare così in questa concezione il pensiero cattolico e liberale dell’antecedenza della società e della nazione sullo Stato: a un tempo come fondamento e come limite di esso.
Il processo politico che ha dato forma alla Costituzione trae, non a caso, fondamento da un movimento leghista che ripropose, sia pure in forma secessionista, l’antecedenza della società e della libertà sullo Stato.
E la Casa delle libertà fece di questo principio la forma della politica e della stessa riforma costituzionale. È mancata al centrodestra una piena comprensione della novità cattolica e liberale della sua riforma: questo spiega il fatto che essa non sia pienamente intesa nel suo significato nel suo valore liberale.
Essa rappresenta l’uscita dell’Italia dal Novecento: e ciò vale anche se la linea della restaurazione partitocratica dovesse prevalere. Perché la riforma è iscritta nella realtà del paese.
bagetbozzo@ragionpolitica.it