Dopo il voto su Romano il Pd pensa alle purghe: resa dei conti coi radicali

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Il Pd vuole &quot;processare&quot; i deputati radicali che ieri non hanno votato
la sfiducia a Romano. Ma Franceschini passa la
palla a Bersani...
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Roma - Franceschini lascia la riunione del direttivo del gruppo Pd alla Camera e spiega che la palla ora passa a Bersani da un lato e a Pannella e Bonino dall’altra. Saranno loro, e solo loro, a decidere se il matrimonio tra Pd e radicali può andare avanti oppure no. Il "processo" contro i pannelliani, voluto a tutti i costi da Franceschini e dalla Bindi, si è concluso con un nulla di fatto. Almeno per ora. Sul banco degli imputati i sei deputati radicali che ieri non hanno votato né a favore né contro la mozione di sfiducia - presentata dallo stesso Pd - nei confronti del ministro Romano. Maurizio Turco ed Elisabetta Zamparutti hanno spiegato che si trattava di una protesta per il disinteresse da parte del Senato alla proposta radicale per cercare di fronteggiare la drammatica situazione nelle carceri. Una protesta urlata (con tanto di esposizione di cartelli con la scritta "amnistia") tra la sorpresa degli onorevoli. Il Pd però non ha gradito lo "scherzo".

Ancora una volta il rapporto tra i "radicali liberi" e il Pd è sul punto di rottura. Qualcuno sussurra che siano in corso le grandi manovre per riportare i pannelliani nella maggioranza. Ma per ora è solo gossip politico...

Tra l'amaro e l'ironico il commento di Marco Pannella: "Leggo che il coraggioso e gentile presidente Franceschini, per il compleanno di Bersani gli ha fatto il dono di rimettergli l'empito espulsivo suo e di qualche altro compagno. Mi stavo appunto chiedendo quale regalo fare al prestigioso nostro comune amico e compagno. Il caro Dario mi cava così dall'impaccio. Il mio dono è lo stesso. Con i migliori e i miei sinceri auguri". Poi, messo da parte il sarcasmo, Pannella denuncia l'isolamento politico subito: "Ci hanno esclusi da tempo. Basta sentire cosa dicono i leader del Pd quando parlano del Nuovo Ulivo o di come vorranno chiamare l’alleanza per le prossime elezioni: parlano di alleanza con l’Idv, con l’Udc con Sel, con gli ambientalisti, i cattolici, i riformisti... Ci stanno tutti, meno che noi. Mai una volta che dicessero 'ah ci stanno pure i Radicali'. Quindi di che stiamo parlando?".

Di Pietro rincara la dose dai microfoni di Radio24: "I radicali hanno cercato una visibilità a buon prezzo in un momento drammatico per il Paese. Portano avanti battaglie libertarie per cui si può fare tutto e di più: si può fumare spinelli, inveire con il Padreterno, abolire le carceri. Un modo di vivere per me inconcepibile in una democrazia occidentale, ma l'errore è stato quello di dargli una voce e uno scranno per portare avanti queste loro aspirazioni. Un errore che non ho fatto io. Il problema non sono loro, ma chi li ha messi lì".

Rosy Bindi, presidente del partito, è la più dura contro i pannelliani: "Sono d’accordo con loro sull’amnistia perché il sistema carcerario così non può reggere. Ma siccome il voto di fiducia è un momento politico per me la sanzione deve essere severa. Poi deciderà il partito".

La battaglia per le carceri "Era previsto ufficialmente da quasi tutti che l’iniziativa della sfiducia al ministro Romano non sarebbe passata - si legge sul sito internet dei radicali -. In realtà quindi noi abbiamo anche tenuto presente questo fatto, e infatti se noi avessimo votato sarebbe prevalsa la posizione della maggioranza per 315 a 300. Ciò premesso, abbiamo deciso il comportamento che abbiamo avuto per sottolineare che il voto del Senato di ieri ha di fatto unanimemente, tranne noi, ritenuto irrilevante che il nostro Stato in questo momento ha una responsabilità letteralmente criminale perché sequestra e non detiene gli oltre 67mila detenuti, più i sequestrati della polizia penitenziaria e i direttori, come dichiarano, e di conseguenza poniamo un problema assoluto di priorità. Si potranno fare con tempi più o meno consueti tante riformette, mentre noi non possiamo tollerare che si vada avanti continuando strutturalmente a non superare la condizione della giustizia e delle carceri, perché non vogliamo essere complici di un crimine di Stato, ma semmai servitori della Legge e anche di uno Stato da rendere diverso con amnistia amnistia amnistia".

Si può essere d'accordo o meno con i radicali. Ma va loro riconosciuto il merito di aver posto all'ordine del giorno una battaglia di civiltà. E di aver utilizzato l'escamotage del "non voto" alla Camera (che non ha comunque inciso sulla sorte del ministro) per ribadire l'urgenza dell'argomento. Ecco perché il "processo" nei confronti dei radicali ha tutto il sapore delle purghe staliniane.