Il vuoto dell’educazione

Se ne potrebbe fare un film. Magari qualcuno ci avrà anche già pensato. Siamo a quota quattro. Quattro incendi a Parigi, quattro stragi per un solo elemento: il fuoco.
Il primo fu in un infimo hotel, ad aprile. La causa: un abito finito su una candela, poi l'inferno: ventiquattro morti, tutti extracomunitari.
Poi, il 26 agosto, è toccato a un edificio civile. Molti edifici parigini hanno le scale in legno. Sembra che qualcuno abbia appiccato il fuoco di proposito. Diciassette morti, molti i bambini.
Tre giorni più tardi tocca a una casa occupata nel Marais. La causa: un difetto nell'impianto elettrico. Sette morti.
L'ultimo incendio scoppia nel sobborgo di Hay-les-roses, i morti sono sedici. La causa: tre ragazze, o più probabilmente quattro, per scherzo hanno appiccato fuoco alle cassette delle lettere. L'hanno confessato, e la confessione fa quasi più orrore del fatto stesso: «Non volevamo incendiare la casa».
A prima vista, ci sarebbero tutti gli elementi per uno di quei film di culto per appassionati del genere horror. Che ne dite di tutto questo fuoco assassino che continua ad accendersi per le cause più disparate, sempre nella stessa città?
E poi. Fuoco assassino (a Parigi), acqua assassina (in America), aria assassina (visti tutti gli aerei che precipitano). Per la terra, meglio lasciar perdere. Siamo alla rivolta degli elementi...
Ma questo è cinema, è fiction. Altri sono i pensieri che queste odiose coincidenze suscitano in noi.
L'ultima delle quattro disgrazie parigine è la più significativa. Sono state alcune ragazze a provocarla, e non l'hanno nemmeno fatto apposta. Perché l'hanno fatto? La risposta esatta è: «Così...».
L'hanno fatto così, per pura eccitazione, per fare qualcosa di diverso, in definitiva perché non esiste un vero motivo per fare una cosa piuttosto che un'altra.
Non esiste, oppure non siamo più capaci di trasmettergliela. Pensiamoci bene, senza chiamarci fuori: quelle ragazze potrebbero essere le nostre figlie.
Un mio grande amico, morto giovanissimo, scrisse tanti anni fa queste parole: la nostra sta diventando una cultura preterintenzionale. Bene, possiamo dire che la metamorfosi è avvenuta.
Le piccole incendiarie non sono nemmeno cattive. Sono solo ragazze «così», che hanno fatto una cosa «così».
Il problema è educativo: chi, oggi, sa consegnare ai giovani una ragione, uno straccio di ragione interessante per vivere? Chi si spende fino all'ultima energia per questo scopo? Ai nostri governi, ai nostri Paesi, alle nostre società interessa qualcosa del loro futuro, dei loro giovani? Chi trasmette idee capaci di spiegare la vita, dando un vero motivo per cui valga la pena alzarsi dal letto la mattina?
A quindici, sedici anni una persona minimamente sana sa che né i soldi né la carriera né il successo possono costituire un vero motivo per vivere. Meglio quasi la violenza, che stabilisce se non altro un nesso estetico, marcio ma estetico con la vita reale.
Educare non vuol dire trasmettere valori astratti. Vuol dire consegnare ai ragazzi una quotidianità vivibile. La bellezza di un nuovo giorno da affrontare, il piacere di iniziare una nuova impresa, la curiosità che mette l'uomo in cerca di quello che ancora non conosce: quando parliamo di Civiltà Occidentale è di questo che parliamo.
Ma perché questo esista occorrono il rischio e la libertà. Lo splendido terreno che sono i giovani deve essere dissodato, lavorato. Bisogna sudare. Questo, noi non lo capiamo più.
In mancanza di una vera educazione, rimane infatti il banale istinto, e io credo che la pura istintualità sia il dato, il duro dato emergente da tante disgrazie. Un fuoco appiccato in un momento d'ira, una leggerezza, un atto di superficialità, un gioco idiota, una vendetta (che in certi popoli è molto praticata). Le scene di violenza a New Orleans lo dicono: la gente è sempre meno capace di vivere.
Questa è la sfida del nostro tempo: la sfida educativa. Anche se altre necessità sembrano prioritarie, il nodo della questione sta qui.