Woodcock, il pm delle cause perse

Con l’assoluzione di Vittorio Emanuele di Savoia, il pm Henry John Woodcock raggiunge la quota di 210 innocenti accusati senza fondamento. Rafforza il suo primato nella specialità e si candida all’Oscar delle topiche giudiziarie. Poiché è entrato in magistratura alla fine del 1996, la sua media è stata di 15 infelici cui ha tirato il collo ogni anno.
Per ottenere questa prodezza, l’anglo-italiano ha dovuto sviluppare una tecnica speciale: le inchieste a salsiccia. Sono così chiamate quelle che discendono a cascata l’una (...)
(...) dall’altra, inanellandosi tra loro come i prelibati rocchi appesi nelle norcinerie.
Nato 43 anni fa nel Somerset, da padre inglese, Henry John è cresciuto a Napoli dove la mamma italiana, Gloria, si è trasferita dopo la separazione dal marito. La sua prima esperienza in toga, come uditore, si è svolta nella città elettiva di cui ha preso l’inflessione, mentre l’aspetto, biondo ed elegante, è quello tipicamente britannico del ramo paterno. Spostato a Potenza nel 1999, col ruolo di pm, è rimasto in Basilicata dieci anni esprimendo il meglio di sé. Un anno fa, di questi giorni, è tornato a Napoli dov’è attualmente in forza alla procura.
Il proscioglimento del Savoia perché il «fatto non sussiste», pronunciato dai giudici romani, è l’ultima delle sue capocciate. La quale, però, come è stato osservato, ha carattere epocale: per la prima volta è stato assolto in toto un rampollo della dinastia che la Storia - a torto o ragione - ha condannato in blocco. Vero è che il principe era già stato graziato dalla magistratura francese per fatti dell’Isola di Cavallo, ma con molte zone d’ombra. Stavolta invece - grazie a Henry John - dubbi non ci sono: è pienamente innocente. È nel decennio potentino che Woodcock ha messo a punto la specialità dell’inchiesta a salsiccia. Nel 2002, in contemporanea con una trasmissione tv delle Iene, l’anglo-italiano ha cominciato a indagare sulla Motorizzazione civile e su presunte «tangenti Inail». Dalle istruttorie, piuttosto oscure e noiose, ha tratto diversi filoni che hanno alimentato i successivi funambolismi. Nel 2003, ha visto la luce il «Vip Gate» con il coinvolgimento di personalità politiche, dello spettacolo e del giornalismo. Furono accusate di «associazione per delinquere per la turbativa di appalti» Nicola Latorre (segretario di D’Alema), Maurizio Gasparri, Francesco Storace, Tony Renis, la conduttrice di Telecamere, Anna La Rosa, altri. In tutto 78 imputati. Giunta però davanti al gip, l’inchiesta si afflosciò come un seno al silicone. Il giudice - constatato che i 78 operavano nella Capitale - dichiarò la propria incompetenza territoriale, l’inesistenza di requisiti per l’avvio dell’indagine, l’assenza assoluta di indizi per i reati contestati. La causa fu spedita al tribunale di Roma, che archiviò la pratica seduta stante. E uno.
Nel 2004, Henry John ipotizzò dei brogli negli appalti lucani. Per sottolineare il legame salsicciottesco con le inchieste precedenti (nate con le Iene), il pm la battezzò Iene 2. Con l’accusa di associazione mafiosa furono arrestate 51 persone e incriminati politici di Fi, Ds, Udeur. Il tribunale del Riesame annullò tutto e gettò alle ortiche il lavoro di Woodcock. Il Guardasigilli, Castelli, denunciò Henry al Csm. Il sinedrio lo assolse. Altrettanto fecero il tribunale e la Cassazione in base al principio «cane non mangia cane». Con un intermezzo del 2006, detto Somaliagate, il pm interrogò per traffico d’armi un tizio, Massimo Pizza, che gli confidò di avere lavorato per Vittorio Emanuele. Così, un mese dopo, debuttò il Savoiagate. Il principe fu trascinato a Potenza, messo una settimana in gattabuia e due mesi ai domiciliari. Ventiquattro gli indagati, tredici gli arresti per associazione per delinquere, corruzione, sfruttamento della prostituzione nell’ambito del gioco d’azzardo al Casinò di Campione d’Italia. Per essersi impicciato oltre il proprio ambito territoriale, l’inchiesta fu sottratta a Henry e divisa in due. Un filone a Como, competente per il Casinò. A Roma, il resto. Un anno dopo, i pm lariani chiesero l’archiviazione per Vittorio Emanuele e soci. Il gip la approvò in cinque giorni, tanto era evidente. L’altro ieri, la conclusione del ramo romano dell’indagine, con la piena assoluzione del Savoia da cui avevamo preso le mosse.
Ci sarebbe da aggiungere qualche parola sull’indagine di Vallettopoli (2006), sottoderivato di Vip Gate, col coinvolgimento di Fabrizio Corona, Lele Mora e Salvatore Sottile (portavoce di Gianfry Fini) per le avances a Elisabetta Gregoraci. Infine, per essere completi, dovrei fare cenno all’istruttoria sull’agenzia di viaggi Visetur scaturita, col solito metodo norcino, dalle intercettazioni di Corona utilizzate nell’inchiesta precedente. Stando a esse, la Visetur avrebbe offerto all’allora ministro dell’Ambiente, Pecoraro Scanio, viaggi e giri in elicottero. Ma non è il caso di dilungarsi. Un po’ perché ormai avrete ampiamente capito chi è Woodcock e anche perché entrambe le inchieste - tuttora in corso - gli sono state sottratte da tempo per incompetenza (territoriale) e affidate ai giudici naturali.
Ho perso il conto, ma una simile sfilza di fiaschi dovrebbe indurre chiunque a lasciare un mestiere per cui non è tagliato. O, almeno, a rimeditare in convento i fondamenti della propria vocazione. Resta il pericolo che ciascun cittadino corre con simili magistrati. Uno meno ricco e con meno avvocati del Savoia, state certi, ne uscirebbe a pezzi. Da simili avventure hanno avuto le ossa rotte le più coriacee pellacce d’Italia. Penso a quello che ha combinato il pm Giancarlo Caselli con Andreotti, Mannino, Musotto e al suicidio inutile del giudice sardo, Giuseppe Lombardini. Gloria e novene al pm Luigi De Magistris - temibile concorrente di Woodcock per il Guinness - che ha buttato la toga alle ortiche e ora è in politica dove non potrà fare più danni di quanti già non ce ne siano. Un esempio da imitare. E di corsa.