Writer&graffiti Arte negli Usa, sgorbi in Italia

Chissà se il sindaco Albertini è venuto o verrà mai a visitare la mostra «Beautiful Losers» («Belli e perdenti») alla Triennale di Milano. Proprio ora che il comune ha offerto di ripulire gratis dai graffiti ottocento facciate di case milanesi al costo, per le finanze comunali, di un milione di euro. Forse è meglio che non ci venga. Perché proprio all’ingresso un manichino animato, nella classica tenuta da writer (jeans, sneakers e felpa nera con cappuccio) verga sul muro la sua tag, la firma in clamorosa vernice nera: Dumbo. Ma Dumbo è la bestia nera del comune, è l’uomo più odiato dall’azienda tranviaria milanese, dai sorveglianti della metropolitana e dall’Amsa, il servizio di nettezza urbana che ripulirà le case milanesi. Perché il suddetto Dumbo in una notte di “devasto” è capace di lasciare la sua firma dai Navigli a San Siro, da Porta Romana a Città Studi. Poco più avanti, altro colpo al cuore per i tutori del decoro cittadino. Altro manichino in felpa nera e cappuccio che scrive sul muro un’altra tag con la bomboletta: Amaze.
La Triennale al pomeriggio è affollata di ragazzi. Due giovani writer - Nobel e Riken - guardano il manichino. Commenta Nobel: «Il manichino di Dumbo fa scena. Ma se beccano il Dumbo vero, lo mettono dentro». Commenta Riken: «A noi italiani ci denunciano, agli americani danno la Triennale».
Difficile capire dove corre la linea di confine: al di qua abbiamo «l’imbrattamento» dei «graffitari»; al di là la «street art», la «cultura hip hop», la «creatività metropolitana». Recentemente (sempre a Milano) le coloratissime scatole disegnate dal writer Bros su un casa a piastrelle bianche in viale Beatrice d’Este sono state cancellate. Arduo dire che l’edificio piastrellato sia adesso più bello. Comunque i writer si sono vendicati e in poco tempo le piastrelle bianche si sono ricoperte di una miriade di tag. Bros forse ha più fantasia di Dumbo. Le sue scatole curve, i suoi omini spigolosi, gli alberi con la faccia imbronciata, fra l’ingenuo e il provocatorio, sono da considerarsi imbrattamento? Alla mostra «Beautiful Losers» Bros non è stato invitato e come lui nessuno fra i più noti graffitisti italiani è stato chiamato dai curatori Aaaron Rose e Christian Strike: non Dumbo, non Tawa, non Panda, non Cano o Phantom o Oneman o Entix. Eppure sui muri dei cavalcavia, lungo il Naviglio pavese e altrove i loro intricati “pezzi” (disegni formati dalle lettere della loro tag) spruzzati con millimetrica precisione, non hanno nulla da invidiare alla “street art” americana. O forse gli organizzatori temevano di irritare l’amministrazione milanese?
Una risposta al quesito Nobel e Riken ce l’hanno, mentre osservano i lavori del famoso Futura, di Barry McGee, di Ryan McGinley, di Phil Frost, gli stickers del celebre Obey, gli interventi di Kaws sui manifesti pubblicitari di New York, le copertine di dischi disegnate da Unkle. «Questo è underground americano. Le loro città sono diverse, ammettiamolo». È l’espressione degli sterminati suburbs, dove i ragazzi si riuniscono in bande e i writer in crew, il regno degli skater e della break dance. Dove le brick walls si estendono per chilometri in uno scenario degradato. È quello che in gergo si chiama «ghetto».
È possibile importarlo in un contesto europeo dove le città hanno tutte, più o meno, centri monumentali o comunque antichi e periferie meno soverchianti? Ribatte Nobel: «Le periferie di Milano o di Roma sono più belle?». È questo forse l’equivoco di fondo: i writer sono convinti che la città odierna non sia bella, belle sono le loro aeropitture. I writer considerano la città un luogo di aggregazione casuale, senza riferimenti storici, sociali o culturali. In questa città sostanzialmente estranea, riconoscono solo i loro segni. Si forma così un duplice sguardo, quello dei cittadini esasperati dalle migliaia di sgorbi e quello dei ragazzi che hanno in quegli sgorbi i loro segni di riconoscimento, il loro orientamento cittadino. Ma se facessero solo «pezzi» in luoghi adeguati rinunciando alle tag? Nobel: «Dumbo fa pezzi bellissimi, ha fatto perfino mostre, eppure tagga dappertutto». Riken ha un dubbio: «In fondo siamo degli imitatori». E anche tardivi. I due diciottenni trasecolano leggendo le date di nascita: Futura è del 1955, Henry Chalfant addirittura del 1940. E Jean-Michel Basquiat è morto di overdose nel 1988, seguito da Keith Haring ucciso dall’Aids nel 1990. È passata una generazione.
Haring e Basquiat erano partiti dal «ghetto» per approdare - costosi ospiti - a costose gallerie. Oggi i più bravi fra i writer d’oltreoceano lavorano per la pubblicità, per case di abbigliamento giovanile, disegnano copertine di dischi per musica house o tekno, illustrano tavole da skateboard. Riken osserva: «Quando l’arte di strada arriva al museo, vuol dire che è già finita». Più lo si contesta, più il sistema è pronto a inglobare i contestatori.